Elegia al mio cane

Elegia al mio cane

Entro in casa furtivo, cerco di aprire la serratura nel più totale ed assoluto silenzio.

Il click scatta secco e nella casa dormiente sembra sia scoppiata una piccola bomba; nessuno pare ravvedersene.

Al piano di sopra chi dormiva continua a farlo, il silenzio è rotto solo dal russare sornione di Kira.

Lascio le chiavi all’ingresso, mi tolgo il cappotto e lo butto insieme alla sciarpa sulla sedia della sala: domani mia madre mi urlerà di sistemare che “non è la mia schiava” e io sbuffando lo farò.

Prima di andare di sopra a dormire, mi inginocchio e carezzo la testa di Kira, lei apre un occhio sonnacchioso e lo richiude dopo avermi guardato.

 


 

In sala è un continuo spostare di sedie, tavoli e stoviglie.

Ognuno si muove come una scheggia impazzita, presa del fremito improvviso dell’imminente arrivo degli ospiti.

Kira è fra i piedi, viene messa momentaneamente in giardino, dal di fuori ci osserva con profondi occhi neri.

Arrivano gli ospiti, con fare vigile e militaresco scatta verso il cancello: orecchie in alto, testa bassa e sguardo sospettoso.
Riconosce i parenti, abbassa la guardia e, prima di salutare noi, gli zii salutano lei.

Baci, convenevoli, “datemi i giubbotti” e lei caracollando felice ci segue in casa, in un turbinio di pelo e lingua a penzoloni.

 


 

Guinzaglio nero, corda corta perché Kira tira come un toro; sull’ascensore arancione di casa aspetta impaziente di annusare qualsiasi centimetro quadrato di mondo.

Finalmente le porte si spalancano e la gara di forza tra di noi può iniziare.

Kira scompare nell’erba alta, annusa ogni cosa, mette in bocca qualsiasi cosa poi è costretta da me a sputarla, come una talpa corre cieca per le sterpaglie del parchetto e quando ne riemerge ha il muso ricoperto di pollini, spighe e schifezze di ogni tipo.

La guardo e rido, lei in un vortice si scrolla di dosso ogni scoria.

Non abbaia mai, la prima volta che lo fece fu solo dopo mesi: aveva visto un gatto nero correre come un fulmine da una parte all’altra del giardino.

Con gli anni cambiò obiettivo più volte: scoiattoli, api, uccellini, autobus, camion e qualsiasi cosa facesse un qualsivoglia rumore.

Dopo aver abbaiato aveva sempre lo stesso sguardo, ci guardava come a dire: “Ehi, hai visto come ti proteggo da quelle api cattive?“.

 


 

Nevica.

Io e Franci siamo esaltati, la neve è bellissima. La neve vuol dire cazzeggiare in giardino, tirarsi montagne di neve addosso, saltare scuola.

La neve vuol dire anche portare Kira a giocare con i fiocchi.

Scendiamo insieme, ci accompagna anche mamma. Kira parte come un fulmine appena viene liberata, si lancia ad annusare questa cosa bianca e fredda. Appena la riconosce impazzisce di gioia: si slancia di muso nella neve fresca e scava lunghi solchi come fosse una foca.

Noi ridiamo e lei è il ritratto della felicità mentre scorrazza libera per il giardino. Da lontano vede noi tirarci palle di neve, così torna e si accuccia per essere accarezzata.

Lo fa, dura un secondo, ma la neve è troppo bella e lei la vuole calpestare tutta quanta, perciò riparte come un bolide.

 


 

Francesca mi chiama in camera sua e mi urla di stare attento, di chiudere la porta.

Entro e la trovo a terra, sul parquet di camera sua, mentre con una mano spinge una ciotolina piena di latte sotto la scrivania di legno scuro.

Trovo finalmente l’oggetto di tante attenzioni: un gatto.

Per un po’ in famiglia si decide di rimandare l’incontro, ma una sera papà decide di prendere la micia in braccio e di farla conoscere a Kira.

Il gatto subito soffia come un ossesso, Kira invece annusa con calma e accenna uno scondinzolio.

Nei giorni successivi abbaiò solo un paio di volte, soprattutto quando il gatto cercò di mangiare dalla sua ciotola.

Dopo anni lei continua a mangiare nella ciotola di Kira, di ringhi nemmeno l’ombra.

Non potrò mai dire se “fossero diventati amici”, sicuramente Kira era troppo buona per odiare qualsivoglia forma di vita.

A parte le api, le api le odiava con tutto il suo pelo.

 


 

Esco di casa, dopo 8 anni insieme e due case diverse.

Chiudo le persiane, controllo che ci sia acqua per il cane e mi blocco.

La ciotola rimane lì, la sua cuccia rimane lì, le sue buche in giardino rimangono lì.

Solo Kira non c’è più.

Esco, chiudo la porta dietro di me.

Siamo soli, Kira non c’è più.

 

 

Avevo un cane. O meglio, un muso a quattro zampe. Un piccolo ricettacolo di proiezioni antropomorfiche. Un compagno fedele. Una coda che batteva il tempo al ritmo delle sue emozioni. Un canguro sovreccitato nei momenti piacevoli della giornata. Un cane, insomma.

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