Storia di un primo bacio

Storia di un primo bacio

Il profumo del vento, la terra ghiaiosa che, smossa, accompagna il canto delle cicale, il cielo terso che si macchia di rosso mentre il sole prende licenza dal giorno.

La gente passeggia per la stradina in salita, i pochi bar si affacciano tutti su quest’unica viuzza che si arrocca fin su in cima, la chiesetta di pietre con il tetto in lastre di ardesia torreggia sui passanti e li mette in soggezione.

Io cammino senza meta e passeggio ascoltando i rumori del tramonto: suona la piccola campana del paese, sbattono frenetiche le ali delle rondini che cacciano grida e garriti, ridono ai crocicchi delle strade i rari vecchi che parlano di cose passate.

Supero l’ultimo bar e sono quasi all’albergo, dal balcone di una casa diroccata un calcinaccio cade, smosso dal vento forte. Io lo vedo esplodere a terra in un tripudio di polvere e gesso, qualcuno dietro la casa sta parlando al telefono.

Salgo le scale che mi separano dall’ingresso, i ragazzi all’uscio parlano di cazzate e ridono forte.

Mi saluta una ragazza che ho conosciuto il giorno prima: ha gli occhi neri e lo sguardo tagliente. In un inglese stentato mi chiede se fumo, se voglio fumare con lei o qualcosa di simile.

Sorrido io e sorride lei, non ho capito la domanda anche perché lei ha aggiunto frasi nella sua lingua. In qualsiasi caso rispondo di no, la ringrazio e continuo fin dentro l’albergo.

Dietro di me il sole brucia e il cielo si veste di vampate di fuoco, le rondini si lanciano in danze sfrenate mentre il vento sferza la montagna e tutto ha il sapore d’estate.

La cucina dell’albergo è un vortice di schegge impazzite: un gruppo di coreani schiamazza e taglia verdure ridendo, il proprietario divide la carne con un coltellaccio untissimo e due ragazze spagnole stappano vino che versano in grossi bicchieri scuri.

Io di tutte le persone ne cerco una sola, scavalco i letti, i materassi e gli zaini e vado a cercarla.

La trovo che stappa una bottiglia di vino bianco, non si accorge di me così mi fermo in disparte ad osservare i suoi gesti stanchi ma sapienti.

Amo guardarla e sapere d’esser non visto, lei armeggia febbrile con il cavatappi e cerca il modo più rapido d’aprirlo. Poi si accorge di me e il mio cuore perde un battito quando, sorniona, sorride e mi chiama vicino.

Dall’alto la osservo, lei chinata cerca le ultime cose e poi, insieme, ci nascondiamo con un’amica a bere vino bianco e ridere come scemi.

Il portico rimbomba delle nostre risate mentre il sole muore lentamente dietro la cresta rocciosa dei monti, le rondini ancora danzano e la via del paesino lentamente si riempie di chi, come noi, ha deciso di berci un po’ su.

Basta poco: lo stomaco vuoto non aiuta e il vino di qualità infima inizia a scorrere nelle vene come fuoco.

Tutto gira, il cielo si mette il vestito da sera e lei mi sfiora la mano.

La guardo, l’amica è lontana.

In pochi secondi il cuore inizia il galoppo e sembra voglia uscirmi dal petto, ma l’idillio non dura che qualche secondo. E’ pronta la cena.

Ci alziamo, non con poca fatica, e traballanti arriviamo in sala da pranzo. Assiepati intorno alla lunga tavola in legno di noce sono sedute persone di ogni nazionalità.

Si chiacchiera, si mangia, si ride, si beve. La cena passa veloce e il tempo scorre e rincorre le stelle che iniziano a punteggiare la volta celeste.

Usciamo sfiniti, il vino rosso a tavola ha irrorato le nostre gole, balliamo un valzer di gambe che tremano e cantiamo frasi sconnesse.

Siamo felicemente ubriachi, non troppo: siamo ubriachi di quell’ubriachezza giusta e non molesta, di quella che ti fa fare le cose che vorresti fare e dire le cose che temi dire.

Camminiamo e i gruppetti si dividono nei pochi bar, la musica invade il paesino e il ritmo da balera d’altri tempi fa sciogliere ogni riserva.

Io e lei ci allontaniamo un poco, lei mi dice che deve fare pipì. Sorrido per la sua richiesta, così la accompagno davanti al bar, dove il vento fa schioccare i panni stesi come fossero fruste impazzite.

Il cielo non è ancora scuro, il fresco della sera inizia a serpreggiare per il paese ed ho un brivido quando mi accorgo che lei mi si fa vicino e si lancia verso di me.

Senza che riesca a capire nulla mi trovo abbracciato a lei.

Mi stringe, io la stringo.

Nella testa non sento più un rumore: le grida dei passanti svaniscono e il vento che urla tra i filari bianchi di lenzuola e bucato si zittisce.

Giuro, tutto tace.

Nel mio corpo rimbomba solo la folle corsa dei suoi battiti che si mischiano con i miei, nelle orecchie ho solo il soffio del suo respiro che, rotto e titubante, rotola e s’arresta sul mio collo. Sento il suo profumo, lo sento che mi inebria e l’odore della sua pelle mi ricorda casa mia.

Stiamo immobili abbracciati per quella che sembra un’eternità, poi ci guardiamo negli occhi.

Io capisco in una frazione di secondo che non esiste altro angolo di mondo in cui io voglia stare d’ora in poi.

La bacio.


Il dipinto si intitola “Le baiser“, del pittore francese Carolus-Duran (1868)

 

 

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Il primo appuntamento: lui

Il primo appuntamento: lui

Dicembre, la strada brulica di gente e le luminarie gettano fioche luci sui volti delle persone.

C’è odore di neve nell’aria, il cielo è pesante e sembra quasi arancione. Io e Sara ci siamo dati appuntamento per le 16:15 al bar vicino al civico 31.

Guardo l’orologio: sono in anticipo, rallento il passo.

Passo di fianco ad un bar e vengo colpito da una folata calda di profumo, stropiccio un sorriso e decido di fermarmi a dare uno sguardo alle paste.

Una in particolare mi cattura: ha una farcitura brillante al cioccolato e al centro torreggia una perfetta e rossissima fragola, tutte le luci si riflettono sulla teca e mi trovo a pensare che forse possa essere finta.

Il barista mi domanda qualcosa, faccio cenno di no e rispondo che sto solo guardando. Mi sorride e si affretta a servire una signora dai capelli neri arruffati dal vento gelido.

Esco senza comprare nulla, il tempo passa ed io inizio ad agitarmi. Potrei ascoltare la musica, cazzo ho dimenticato di scaricare le slides di Filologia.

Lo farò domani.

Esco dal bar e gli occhiali mi si appannano in un nanosecondo, sono cieco e cammino tentoni come un sonnambulo. Li tolgo con un moto di stizza, li avvicino alla sciarpa azzurrina e cerco di fare il possibile per renderli utilizzabili.

Ho perso fin troppo tempo a fare il giro lungo, mi accorgo solo adesso di essere in un ritardo fottuto, perciò allungo il passo.

Ho il fiatone quasi subito, l’aria invernale mi entra nei polmoni e mi prende a pugni il torace.

Gli occhiali hanno ancora gli angoli completamente bianchi e più corro più il mio fiato crea una densa condensa che pare possa prendere il volo e trasformarsi in neve.

Sono le 16:24, come cazzo faccio ad essere in ritardo? Sono uscito mezz’ora prima proprio per evitare una corsa del genere.

Il mio corpo è combattuto, non voglio correre perché so che suderò. Se sudo poi al bar avrò ancora più caldo e gli occhiali non mi torneranno mai normali. Probabilmente la fronte mi si riempirà di sudore e sembrerò in imbarazzo, o magari lei potrà pensare che sono uno di quei timidi che con le ragazze non ci sa fare.

Allora rallento, ma cazzo sono in ritardo cosa rallento a fare? Così trovo un compromesso tra corsa e camminata veloce e proseguo a falcate da centometrista che mettono in seria difficoltà i miei polpacci.

Arrivo a qualche decina di metri dal bar e decido di essere abbastanza vicino da potermi nascondere vicino al portone di una casa per darmi una sistemata.

E’ una di quelle case da ricchi, uno di quelli con l’androne e un parapetto sorretto da colonnine con triglifi e foglie di acanto. E’ la cosa più kitsch che abbia mai visto, ma probabilmente sarà costata una fortuna ed ha un vetro lucido che mi fornisce la possibilità di specchiarmici.

Ho i capelli in aria, la lente destra ha una ditata vistosissima e nella corsa un angolo della camicia è uscito dalla cintura.

Sembro uno scappato di casa.

Mi infilo la camicia nei pantaloni e cerco di sistemare anche la sciarpa, ho un caldo fottuto nonostante la temperatura sia sicuramente sotto lo zero.

Quando decido che tanto meglio di così non posso sembrare, decido di dirigermi verso il bar: attraverso la strada evitando accuratamente una pozza di neve e fango. Il cielo, nel frattempo, si gonfia e qualche timido fiocco danza sbadatamente verso l’asfalto.

Il nostro primo appuntamento, sono un coglione.

Arrivo alla porta, prima di entrare controllo che Sara sia lì: è seduta e sta armeggiando con il cellulare. Sono le 16:37 e sono così in ritardo che mi prenderei a pugni in faccia.

Sembra tranquilla, ha un paio di gambaletti neri di lana e una gonna scura. Il cappotto è dietro di lei e lo riconosco di sfuggita, molla il cellulare sul tavolo e guarda l’orologio, poi guarda verso l’entrata e mi vede.

Negli occhi ha una sciabolata di disappunto, poi mi sorride e mi fa un cenno con l’indice  e il medio. Ha due labbra bellissime.

Mi fermo esitando, la mano tesa verso la maniglia d’ottone. Penso ad una scusa che sia il plausibile.

Respiro profondamente: entro.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omnia fert aetas

Omnia fert aetas

Sarà che è sera e in casa dormono tutti, sarà che è previsto un temporale per stasera e so quanto tu amassi lampi e tuoni, sarà che ogni tanto ripenso a te.

Omnia fert aetas, il tempo porta via tutte le cose.

Porta via il profumo, porta via la pelle chiara, porta via i ricordi.

La prima volta che ti incontrai, lo ricordo, eri vestita in una maniera che mi parve strana. Non capii subito cosa stonasse, in fondo eri bellissima e avevi due occhi seducenti e senza fine. Ma quando notai la gonna corta in pieno inverno iniziai a ridere.

Risi, poi ti osservai prendere appunti. Primo anno di università, cosa ci facesse una ragazza come te tra quei banchi sporchi e consunti non lo capii mai.

 

Anche tu fai lettere?

 

Te lo chiesi non appena ti accorgesti che ti stavo guardando, rispondesti di no. Mi ricordo che pensai subito che tu fossi un po’ matta.

Iniziai a conoscerti nei giorni successivi, trovandoti fuori dall’aula 433 di Letteratura latina medievale; la prima volta mi aspettasti dicendo che ti ricordavi ti avessi parlato di questa lezione.

Di cosa parlammo quel giorno non ricordo, parlammo quasi di qualsiasi cosa, però sono sicuro che non tirasti mai fuori il cellulare, ricordo che avevi delle scarpe rosse fiammanti e che mi dicesti che fosse il tuo colore preferito.

Ricordo altre parole, confuse, poi corremmo a prendere il gelato vicino al Duomo.

 

Oggi voglio prendere il più costoso che ci sia, lo prendo a 3 gusti con la panna e le noccioline pralinate sopra, me lo merito

Perché?” ti domandai subito.

Perché ho conosciuto te“.

 

Eri strana, eri completamente folle. La prima volta che ti aspettai fuori dalla metro ti aspettai per due ore. Non arrivasti, mi ricordo che per un po’ smisi di risponderti.

Poi un giorno mi mandasti un sms diverso dagli altri.

Sei sempre stata criptica, ricordo con un sorriso quel tuo assurdo e vecchio Motorola con cui digitavi frenetica. Usavi il T9, questa cosa mi fa sorridere anche a distanza di anni.

Mi scrivesti che io ero diventato il tuo primo piede giù dal letto.

E’ così strano riscrivere queste poche parole e ritrovarmi a trattenere le lacrime, nonostante i quasi due anni trascorsi.

Cosa intendi” ti chiesi.

Chissà cosa pensavo quando mi illusi che mi avresti risposto, tu dicevi le cose e poi non dovevi spiegare nulla, stava a me capire.

Ci vedemmo, in quel semestre e in quello successivo, altre decine di volte.

Ogni volta, poco dopo Pioltello, mi vibrava il cellulare. La vibrazione degli sms è più lunga di quella di whatsapp, o almeno così era per il mio cellulare.

Ti riconoscevo da quello, da quello e dal tuo Motorola indistruttibile.

Ma cambialo” ti prendevo in giro io.

E tu ridevi, mi dicevi che quello era il tuo tratto distintivo. La rosa che mostra le spine al mondo dicendo di essere pronta a difendersi, la rosa che non ha bisogno di una teca di cristallo.

Eri innamorata del Piccolo principe e quando dico innamorata dico davvero, risi basito quando mi dicesti che lo trovavi un bel ragazzo.

Ma è il disegno di un bambino, come fai a dire che sia bello?“. Te lo chiedevo con la bocca spalancata e pensandoti pazza, tu ridevi con il tuo sorriso che ti prendeva gli occhi, il naso, la bocca, la fronte e i capelli e mi spingevi una spalla.

 

Anche tu sei bello, anche se non sei un disegno“.

 

Da dicembre iniziammo a vederci solo una volta al mese, di solito il giovedì.

Il giovedì, che era il tuo giorno preferito “Perché il venerdì è scontato, poi il giovedì alle elementari facevamo le gare delle tabelline e io le vincevo sempre” ed era anche il giorno in cui avevo solo due ore.

Io avevo iniziato a frequentare meno, iniziai a lavorare come bagnino e come istruttore di nuoto. Ogni tanto il tuo sms vibrava più a lungo sul mio comodino ed io ti rispondevo sempre ricordando le tue scarpe rosse, la collana con le 200 lire di tua nonna, gli occhi blu pastello.

Blu, me li ricordo.

Giuro, i tuoi occhi erano blu e mai ho visto un blu più blu del tuo.

 

Mia mamma voleva chiamarmi Celeste, ho gli occhi di mio nonno“.

 

Capisco che sia tardi, saranno le cicale che cantano e che mi mettono tristezza, sarà che il cielo promette tempesta e poi rimane cheto, sarà che tu mi hai promesso di farmi vedere Borgo San Dalmazzo e non mi ci hai mai portato.

Saranno tante cose, sarà che al tuo funerale non ci sono venuto.

Sarà che i tuoi sms mi mancano tanto.

Sarà che non ti ho mai detto che ti volevo bene.

Saranno tante cose, ma io non so trovare le parole adatte per dirti che mi manchi; non trovo parole e non le troverò mai.

Per questo dirò, prima di andare a dormire, le parole che mi hai sempre confessato ti facessero ridere.

 

Pompelmo, ascella e soffione.

 

Scusami se non ti ho detto mi manchi, te lo dico ora. Sono quasi due anni che non ci sei più.

 

Ste

 


 

Taspetterò dove ti vidi

quasi per caso

sperando che ancora

tu possa cadermi

tra cuore e sguardo

mentre corri schivando

gli sguardi di tutti:

sul ponte che amo

minnamorai di te

chera quasi primavera

Storia di un primo bacio

Storia di un primo bacio

Era maggio, c’era un caldo soffocante e il cielo sembrava volesse inghiottirmi nel suo blu dipinto di blu. Nemmeno una nuvola, nemmeno un rivolo di vento, nemmeno una persona.

Sfrecciavo sulla mia bici per le strade di campagna, ogni tanto, per evitare una buca o un sasso particolarmente grande, compivo una qualche evoluzione assolutamente casuale che innalzava uno sciame di polvere impazzita.

Scampoli d’estate non ancora matura mi colpivano a sprazzi e folate calde, passando vicino ad un canale d’irrigazione sentivo il fresco delle acque sfiorarmi con delicatezza.

Ero assolutamente e totalmente felice, mi sentivo senza preoccupazioni e godevo del caldo e del sudore, dello sforzo fisico che mi nobilitava, dei muscoli tesi e dei polpacci brucianti. Apprezzavo il soffio dei miei mantici e il respiro affannoso, correvo per la gioia passeggera e labile di essere vivo.

Motivi per gioire? I baci.

Scartai nella via dietro il granturco non ancora maturo, sfilai vicino ad un casolare abbandonato dove un esercito di ragni tesseva tele brillanti, fui subito al fiume.

Pedalavo con foga, senza musica nelle orecchie che non fosse il frinire delle cicale e il rumore del sole che abbrustoliva la mia fetta di pianura padana.

L’acqua scorreva placidamente, non esisteva alcun motivo di correre al mare prima del tempo.

Rallentai per godermi l’abbraccio dell’ombra, il salice si tuffava nei flutti con verdi sprazzi e scintille.

Scesi dalla bici in un istante, quasi in corsa. Appoggiai la bici a terra, con un po’ di noncuranza, mi avvicinai ancora affannato al nodoso tronco di un albero e mi sedetti abbandonandomi completamente alla frescura dell’erba tenera.

Le cicale avevano smesso di cantare, taceva l’estate: io ero felice.

Poche ore prima della mia folle corse verso l’ozio, stavo dolcemente abbandonato nell’abbraccio di una donna.

Non una donna che fosse una come tante, ma una di quelle che sono come un bel libro in una libreria: non hai motivo per cui essere colpito, ma è un fulmine che cala sullo sguardo e resti cieco.

La vidi un giorno che pioveva, il cielo prometteva tempesta dalle prime luci, ma sembrò reggere per tutto il pomeriggio. Camminavo svelto, conscio di essere fortunato ad arrivare in biblioteca sano e salvo.

A metà strada, dopo la curva che si affaccia sul pergolato, m’imbattei nel suo profumo, dapprima.

Fu il fulmine, e la tempesta s’abbatté su di me e sul mio zaino a tracolla.

Io amo il profumo della pioggia sull’asfalto caldo, è uno dei profumi che più mi sanno coinvolgere, ma ricordo che il suo profumo sovrastava qualsiasi cosa.

Ci volle molto perché si convincesse ad amarmi: non la biasimo, sono difficile da amare.

Passarono forse due stagioni, non ricordo, poi un giorno disse d’amarmi. Non lo fece a parole, lo fece nei gesti spontanei e negli sguardi sorridenti.

Lo disse con la tenerezza sui palmi, lo disegnò sulla mia pelle carezzandomi barba e capelli.

Ma non lo disse con bocca, baci e parole. Pensavo a tutto ciò e mentre lo facevo stavo fermo sul prato e fantasticavo; dopo essermi fermato dalla mia fatica, feci correre il pensiero.

Mai disse d’amarmi, mai prima di quel mattino.

Ricordo che mi svegliai stanco, come spesso mi accade: con la sensazione d’aver camminato per interi universi, in sogno o nel mio letto, chissà.

La sveglia continuava a strillare, la finestra buttava fuoco e calore, la stanza: un forno.

Avevamo appuntamento al bar, per una colazione e due parole prima del suo esame. Alle 8 meno 5 ero fuori dal bar, trafelato e con la bici sotto braccio.

Parlammo e mezz’ora filò veloce, ridemmo e lei stemperò la tensione con qualche cazzata; il tempo mi scivolava dalle mani e, – cazzo, quanto è bella -, pensai.

Uscimmo dal bar della stazione, la voce meccanica gracchiava i suoi fastidiosi ritardi e la folla alzava in coro un mantra di sbuffi ed imprecazioni.

Lei sorrise e mi baciò.

Mi baciò di un bacio che mi disse molte cose senza parlare affatto. Fu come quando piove con il sole e nelle pozze si riflette l’arcobaleno, non riesco a trovare parole migliori di queste.

Quel giorno fu un giorno felice.

Un giorno felice che finì con una corsa nei campi, una felicità che esplose nella libertà effimera di un’estate con gli esami ancora lontani.

Un giorno di maggio, mentre le spighe si fanno d’oro e gli amori nascono e muoiono.

Così, in un bacio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Racconto d’una notte strana

Racconto d’una notte strana

Mi ricordo della volta in cui conobbi F. perché al bar passavano un pezzo di Lou Reed.

Nel solito buco stavamo rintanati in decine, il pavimento, reso appiccicoso dai drink versati distrattamente dagli avventori ubriachi, era un campo minato.

Avevo chiesto una birra al bancone, al mio fianco un gruppetto di ragazze rideva in modo idiota.

Mi ero sorpreso a pensare di poter attaccar bottone con la più scema delle tre, mi meravigliai della mia faccia tosta.

Dopo dieci minuti mi fu lanciata di sbieco la birra, arrivò in commovente scivolata sul bancone fradicio e consunto: almeno un terzo del liquido era caduto lungo il tragitto.

Mi girai lasciando perdere la mora al bancone, stava parlando di un tizio che conoscevo e che mi era sempre stato sul cazzo.

“Oh, it’s such a perfect day
I’m glad I spent it with you”.

Sopra il cicaleccio e il rumore si alzavano le parole di Lou, e fu subito 1972.

Mi immaginai con i pantaloni lunghi a trascinar per terra la mia zampa d’elefante, mi ricordo di aver pensato di averla già ascoltata o letta comunque da qualche parte.

Odio quando non mi ricordo le cose, pensai.

Uscii un po’ solitario e un po’ presomale salutando un vecchio amico, ci scambiammo il cinque come due adolescenti e ce la raccontammo un po’ su.

Lui era appena tornato da un viaggio in Cile, stupendo.

Ti presento F., mi disse.

Solo in quel momento mi accorsi di una ragazza alle sue spalle, seduta sulla panchina fuori dal pub.

Pantaloni larghi neri, scendevano perfetti adattandosi ad una sagoma che mi ricordava tanto Lianella Carell.

Sembrava uscita da uno dei miei vecchi film, oppure io ero così ubriaco da pensare che fosse così.

Mi ricordo solo che pensai di voler affogare in quei cazzo di occhi neri. Uno sguardo penetrante e sincero, al contempo incredibilmente enigmatico.

F. è italo-algerina, mi disse il mio amico.

Mi ricordai di come si parlasse solo dopo qualche secondo di black-out: lei mi guardò e in pochi istanti mi sentii radiografato, nudo.

Quella sera il mio amico mi offrì una pinta, così io ebbi l’occasione di saperne di più su F.

Suo padre era algerino, si era trasferito in Italia per lavoro e lì aveva conosciuto sua madre Mercedes, una studentessa colombiana in Erasmus.

Si erano innamorati e lei era nata quando ancora sua madre non aveva finito l’università.

Le diedero nome F. in onore di una protagonista di un racconto di Roberto Bolaño, uno scrittore cileno di cui non avevo mai sentito parlare.

Quando il mio amico si alzò e se ne andò mi ritrovai improvvisamente solo con F.

Non sembrava minimamente preoccupata di avermi appena conosciuto, rideva spesso e mi guardava con interesse.

Io ero sudato, il caldo era soffocante e la birra non faceva altro che rendermi ancora più accaldato.

F. mi chiese di uscire a guardare le stelle, lo feci. Appena fummo fuori iniziai subito a sentirmi meglio, cercai con lo sguardo le stelle ma vidi solo una spessa coltre di nubi.

F. non se ne dispiacque, ma continuò a parlarmi della sua vita.

Amava i racconti di Assia Djebar, pseudonimo di una scrittrice algerina. Mi disse che fu la prima donna algerina ammessa, nel 1955, all’Ècole Normale Supèrieure francese. Mi parlò di come partecipò anche alla guerra di liberazione, mentre lo faceva F. continuava a cercare le stelle in una volta che ci ripagava con un vuoto soffocante e senza luce.

Gesticolava poco, ma quando lo faceva le sue mani si muovevano in modo incredibilmente delicato, quasi fossero soffioni sospesi in una giornata di maggio.

Raramente mi guardò, io invece non persi un istante di tutta la sua incredibile e straordinaria storia.

Mi parlava di cose normali, ma per me fu come scoprire da zero come si camminasse: la sentivo parlare e vedevo le parole uscire dalle sue labbra e disegnare racconti, svanire e rinascere come se davvero io non potessi far altro che stare lì, fermo, a godere del suo accento francese.

Sono quasi le tre, mi disse ad un certo punto.

F. si alzò e pensai di doverla salutare, così mi feci un poco cupo. Lei invece si diresse verso il fiume, senza una parola.

La seguii caracollando indeciso, la ghiaia smossa dai nostri passi sembrava far coppia con l’eco del frinire dei grilli nel prato vicino.

L’erba odorosa, mi ricordo, mi parve essere quasi brillante in quella notte così scura.

Hai mai amato qualcuno così tanto da pensare di non saper più cosa sia la banalità? Hai mai pensato di scomparire, così nel nulla? Solo per vedere se chi dice di amarti ti ama davvero. Mi piacerebbe assistere al mio funerale, sai. Sarebbe interessante.-

Finimmo a parlare della morte, della vita dopo la morte, della morte durante la vita.

Mi disse proprio così, mi disse di sentirsi morta.

Trainspotting

Lo dissi dopo un lungo reciproco silenzio.

Gran libro, rispose lei.

Ecco dove avevo sentito la canzone di Lou Reed, nel film tratto dal romanzo di Welsh. Fu una sorta di epifania, leggermente insensata, caotica e offuscata.

Come quella serata, un po’ senza senso.

Alle 5:34 guardai per l’ultima volta l’ora sul cellulare, mentre scorrevo per sbloccare si spense con la batteria ormai a terra.

Non ero né stanco né eccitato, ero semplicemente vivo.

F. mi chiese se volevo aspettare l’alba insieme a lei. Le risposi di sì con un cenno, senza parlare.

Sulla riva del fiume faceva incredibilmente freddo per essere quasi estate, così F. si fece vicina con dei leggeri movimenti. Più si avvicinava più mi accorgevo di quanto fosse bella.

Quella sera fu il quasi bacio più bello della mia vita.

Mi accorsi, mentre aspettavamo insieme il chiarore delle prime luci, di quanto sapessi della F. più intima e di quanto poco sapessi di quella F. in carne ed ossa davanti a me.

Mi domandai la sua età, dove abitasse e mi ritrovai a fantasticare di una lei nuda a mordere labbra non sue; fu abbastanza strano pensarla a studiare in qualche assurdo angolo di mondo, sudando nella calura di qualche aula o biblioteca.

Mi fermai a fissare un mulinello e quando mi voltai verso di lei vidi che mi guardava.

Hai gli occhi verdi, non li avevo notati.

Me lo disse facendosi vicina e socchiudendo un poco gli occhi. Arrivò molto vicino alle mie labbra, poi fu presa da un tremito strano e rise.

Guarda: l’alba-.

Guardai il sole farsi sempre più alto negli occhi neri di lei, uno sguardo che improvvisamente sembrava essere scoppiato di fuoco.

Si alzò lisciandosi il vestito e pulendo dall’erba i pantaloni neri leggeri.

E’ stato bello, mi disse.

Fu solo quando la vidi scomparire dietro l’ultima casa in fondo alla via che mi decisi a smuovermi dal mio immobilismo.

Camminai fino a casa, infilai le chiavi nella serratura e aprii con un click sonoro.

L’ingresso era invaso dal profumo di caffé; dove diavolo eri, chiese mia madre dalla cucina.

Biascicai qualcosa, sedendomi a tavola stravolto.

F. non l’ho mai più rivista, ma ho rivisto “Ladri di biciclette” e ho comprato “Nel cuore della notte algerina” di Assia Djebar.

Non scrissi mai al mio amico per chiedergli di lei.

Lasciai che di lei serbassi il ricordo odoroso di una notte intera passata a cercare le stelle e a rincorrere l’alba.

Elegia al mio cane

Elegia al mio cane

Entro in casa furtivo, cerco di aprire la serratura nel più totale ed assoluto silenzio.

Il click scatta secco e nella casa dormiente sembra sia scoppiata una piccola bomba; nessuno pare ravvedersene.

Al piano di sopra chi dormiva continua a farlo, il silenzio è rotto solo dal russare sornione di Kira.

Lascio le chiavi all’ingresso, mi tolgo il cappotto e lo butto insieme alla sciarpa sulla sedia della sala: domani mia madre mi urlerà di sistemare che “non è la mia schiava” e io sbuffando lo farò.

Prima di andare di sopra a dormire, mi inginocchio e carezzo la testa di Kira, lei apre un occhio sonnacchioso e lo richiude dopo avermi guardato.

 


 

In sala è un continuo spostare di sedie, tavoli e stoviglie.

Ognuno si muove come una scheggia impazzita, presa del fremito improvviso dell’imminente arrivo degli ospiti.

Kira è fra i piedi, viene messa momentaneamente in giardino, dal di fuori ci osserva con profondi occhi neri.

Arrivano gli ospiti, con fare vigile e militaresco scatta verso il cancello: orecchie in alto, testa bassa e sguardo sospettoso.
Riconosce i parenti, abbassa la guardia e, prima di salutare noi, gli zii salutano lei.

Baci, convenevoli, “datemi i giubbotti” e lei caracollando felice ci segue in casa, in un turbinio di pelo e lingua a penzoloni.

 


 

Guinzaglio nero, corda corta perché Kira tira come un toro; sull’ascensore arancione di casa aspetta impaziente di annusare qualsiasi centimetro quadrato di mondo.

Finalmente le porte si spalancano e la gara di forza tra di noi può iniziare.

Kira scompare nell’erba alta, annusa ogni cosa, mette in bocca qualsiasi cosa poi è costretta da me a sputarla, come una talpa corre cieca per le sterpaglie del parchetto e quando ne riemerge ha il muso ricoperto di pollini, spighe e schifezze di ogni tipo.

La guardo e rido, lei in un vortice si scrolla di dosso ogni scoria.

Non abbaia mai, la prima volta che lo fece fu solo dopo mesi: aveva visto un gatto nero correre come un fulmine da una parte all’altra del giardino.

Con gli anni cambiò obiettivo più volte: scoiattoli, api, uccellini, autobus, camion e qualsiasi cosa facesse un qualsivoglia rumore.

Dopo aver abbaiato aveva sempre lo stesso sguardo, ci guardava come a dire: “Ehi, hai visto come ti proteggo da quelle api cattive?“.

 


 

Nevica.

Io e Franci siamo esaltati, la neve è bellissima. La neve vuol dire cazzeggiare in giardino, tirarsi montagne di neve addosso, saltare scuola.

La neve vuol dire anche portare Kira a giocare con i fiocchi.

Scendiamo insieme, ci accompagna anche mamma. Kira parte come un fulmine appena viene liberata, si lancia ad annusare questa cosa bianca e fredda. Appena la riconosce impazzisce di gioia: si slancia di muso nella neve fresca e scava lunghi solchi come fosse una foca.

Noi ridiamo e lei è il ritratto della felicità mentre scorrazza libera per il giardino. Da lontano vede noi tirarci palle di neve, così torna e si accuccia per essere accarezzata.

Lo fa, dura un secondo, ma la neve è troppo bella e lei la vuole calpestare tutta quanta, perciò riparte come un bolide.

 


 

Francesca mi chiama in camera sua e mi urla di stare attento, di chiudere la porta.

Entro e la trovo a terra, sul parquet di camera sua, mentre con una mano spinge una ciotolina piena di latte sotto la scrivania di legno scuro.

Trovo finalmente l’oggetto di tante attenzioni: un gatto.

Per un po’ in famiglia si decide di rimandare l’incontro, ma una sera papà decide di prendere la micia in braccio e di farla conoscere a Kira.

Il gatto subito soffia come un ossesso, Kira invece annusa con calma e accenna uno scondinzolio.

Nei giorni successivi abbaiò solo un paio di volte, soprattutto quando il gatto cercò di mangiare dalla sua ciotola.

Dopo anni lei continua a mangiare nella ciotola di Kira, di ringhi nemmeno l’ombra.

Non potrò mai dire se “fossero diventati amici”, sicuramente Kira era troppo buona per odiare qualsivoglia forma di vita.

A parte le api, le api le odiava con tutto il suo pelo.

 


 

Esco di casa, dopo 8 anni insieme e due case diverse.

Chiudo le persiane, controllo che ci sia acqua per il cane e mi blocco.

La ciotola rimane lì, la sua cuccia rimane lì, le sue buche in giardino rimangono lì.

Solo Kira non c’è più.

Esco, chiudo la porta dietro di me.

Siamo soli, Kira non c’è più.

 

 

Avevo un cane. O meglio, un muso a quattro zampe. Un piccolo ricettacolo di proiezioni antropomorfiche. Un compagno fedele. Una coda che batteva il tempo al ritmo delle sue emozioni. Un canguro sovreccitato nei momenti piacevoli della giornata. Un cane, insomma.

C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo

C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo

Come si può dire di conoscere veramente una persona?

Ogni tanto Alessandro si pone questo interrogativo e si sorprende delle miriadi di risposte che riesce a trovare.

Dei suoi amici lui conosce l’odore, il colore dei capelli e il neo sulla guancia sinistra di Marta.

Si ricorda anche di quella volta in cui Fabio era stato male per i peperoni e così si scoprì la sua allergia, di Giulia conosce il carattere estroverso e la sua risata saprebbe riconoscerla fra milioni.

Ogni tanto, quando esce il sabato sera, si trova a passeggiare per i tavoli del bar di paese, il solito da anni ormai, e nel chiacchiericcio generale basta anche un sussurro di Matteo per girarsi e subito trovarlo.

Per questo Alessandro è rimasto spiazzato dal coming out di Francesca.

Di lei, da anni, lui conosce ogni più segreto particolare, da quando in quinta elementare le aveva chiesto di diventare la sua fidanzata.

Si erano sposati sotto lo scivolo giallo in cortile, lui le aveva regalato un mazzo di margherite, in realtà un mazzetto nemmeno troppo bello e folto, ma il pensiero era già qualcosa.

In seconda media avevano litigato e per un po’ smisero di salutarsi, i primi ormoni riavvicinarono i due ma solo per qualche bacio umido ed inesperto sotto l’androne delle scale.

Poi Alessandro si trasferì qualche via più in là, non erano che 500 metri di distanza, ma fu come se le loro strade si fossero ormai separate, viaggiando su binari paralleli destinati a scorgersi ed osservarsi ogni giorno, senza mai trovarsi uniti.

Crebbero, lui di lei conobbe il corpo così sensuale, il seno nascosto a stento sotto magliette provocanti, lei di lui conobbe la passione per la musica ed ogni volta era uno sguardo attento ed emozionato quando lui si esibiva in postacci tristi, pieni di gente più interessata a non vomitare per terra per l’alcool che non ad ascoltare le sue canzoni d’amore.

Lui di lei conosceva la sua paura della morte, lei di lui conosceva il terrore delle altezze.

Si poteva dire che fossero inseparabili.

Ma se si conoscessero davvero, questo resta un mistero a cui Alessandro non trova risposta.

Tredici anni di ricordi, di ore interminabili spese a rincorrersi in cortile, di esperimenti culinari con fango e foglie di gelso a casa di nonna Maria, di baci casti ed altri ben più maliziosi, di lacrime per i giudizi delle persone, per la gioia di un diploma.

Sono gay

Francesca lo disse un giorno che pioveva, erano andati insieme alla festa della birra, sotto il tendone suonava una band triste ma loro due erano felici di mangiare patatine stra unte e bere caraffe di birra annacquata a 10 euro al litro.

Lo disse quando lui, dopo averci pensato attentamente, ebbe il coraggio di dichiararsi davanti alla portiera della Peugeot grigia di lei.

Il cielo nero era reso innaturalmente arancione dalla luce dei lampioni e la pioggia cadeva battente con una forza incredibile, spazzava via le foglie dall’asfalto e colpiva tutto con veemenza.

Alessandro non aveva capito, gay, cosa vuol dire? In che senso, che scusa è? Se lei non lo amava avrebbe potuto dire qualsiasi cosa. Gay nel senso di lesbica? Nel senso che lei amava le donne? O che preferisse le donne a lui, qualsiasi donna a lui, qualsiasi persona a lui?

Non ebbe la lucidità di chiederle nulla, lui aprì la portiera sovrappensiero e entrò fracidio in auto.

Lei, con calma titanica, entrò e mise in moto: i vetri in pochi secondi si coprirono di uno spesso strato di umidità.

Fu in quell’istante che sul lato del passeggero si iniziò a notare uno scarabocchio: fu come per un archeologo soffiare su un antico mosaico, spazzare via il velo di polvere per capire finalmente il senso del disegno.

Il vetro appannato era ancora velato da una scritta che riemergeva per l’umidità, un “ti amo” scarabocchiato e firmato da una certa Greta.

Greta.

Un nome di donna che svaniva in pochi istanti, mentre la Peugeot di Francesca iniziava ad arrancare lungo la strada: l’aria calda al massimo sparata come da un mantice.

Alessandro non disse una sola parola, non disse nulla.

Capì solo in quel tragitto, durato poco più di quindici minuti, tutte quelle cose che di Francesca lui non aveva mai capito.

Capì perchè si era rifiutata, quella volta al mare, di fare l’amore con lui; capì perché spesso trovava nelle amiche di Ale alcuni dettagli che lui non notava e li faceva emergere, li descriveva con un sorriso sulle labbra, un sorriso che lui trovava estremamente sexy, ma che in realtà non era mai rivolto a lui.

Capì perché odiava quando con i suoi amici si sfotteva usando “frocio” come fosse un insulto, capì perché lei era così incredibilmente sensibile, capì perché pianse quella volta in cui andarono a trovare Fabrizio in ospedale, la volta in cui lui sul suo comodino aveva una sola foto: quella con Marco.

Alessandro capì solo in quel momento quanto lui potesse essere stato stupido, quanto lui potesse essere stato superficiale e ingenuo nell’ignorare l’enorme dolore di Fabrizio quel giorno.

E lo stesso dolore lo ignorò per anni sul volto della sua amica Francesca, ignorò il sorriso triste di lei quando sua mamma Silvia le diceva ammiccante “vedrai che prima o poi ti sposerai con Alessandro” e lei sorrideva, e sorrideva, e sorrideva e sorrideva.

E dentro piangeva, in camera sua piangeva, la volta in cui in quel locale gay conobbe Sonia e fece per la prima volta sesso, pianse quando si accorse di quello che aveva fatto, di come l’aveva usata solo per provare a sé stessa ciò che da anni sapeva.

Rideva e dentro moriva quando accompagnava le sue amiche per negozi, odiando quegli stupidi discorsi, sempre a parlare di sesso, di ragazzi e di cazzate.

Rideva e Alessandro davvero non capiva, non capiva nulla e nessuno capiva nulla, nessuno la capiva.

Poi un giorno, all’improvviso come per tutte le cose belle, conobbe Greta.

Iniziò a ridere, rideva sul serio, felice. Era capita, era amata e amava e capiva.

Il viaggio in macchina, sulla Peugeot grigia di Francesca, finì a casa di Alessandro, a 500 metri dal loro vecchio cortile dove ancora lei viveva.

Lui non disse nulla, si girò solo a guardarla.

La guardò e per la prima volta smise di vedere e basta, ma iniziò a guardare davvero.

“Scusami se sono stato tanto stupido da credere di conoscerti senza mai chiederti se ti conoscessi davvero!”

Il 4 agosto, all’una di notte e 23 minuti, in mezzo ad una strada bagnata, alla fine di un lungo temporale, Alessandro iniziò davvero a conoscere Francesca.

 

Stefano Pasciuti


 

Il titolo è tratto da una canzone di Fabrizio De André: Il bombarolo – F. De André

Se volete conoscere altri miei brani o poesie:

Portami lontano

Ricordi d’un vecchio

Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte

In vino veritas