“You shall not pass!”

“You shall not pass!”

 

E’ notizia di questi giorni la pubblicazione del decreto, a firma di Donald Trump, che pone il veto sull’immigrazione da parte di sette paesi musulmani.

Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?

Il decreto prevede un fermo della concessione dei visti per alcuni paesi musulmani, nell’ordine: Iraq, Iran, Yemen, Libia, Somalia, Sudan e Siria (in quest’ultimo caso il fermo non è per 3 mesi, come per gli altri casi, ma “sine die“, ossia senza scadenza temporale).

Il pretesto addotto a difesa del decreto è molto semplice e si basa su un principio molto evanescente: difendere i confini statunitensi dall’ingresso in massa di immigrati tra le cui fila potrebbero celarsi terroristi o fondamentalisti islamici.

Ma allora quale il discrimine con il quale avviene la scelta?
Per quale motivo, mi chiedo banalmente, la lista di paesi si limita ai sette sopracitati e non prende in esame la situazione geopolitica dell’intero corno d’Africa o delle superpotenze petrolifere (Emirati arabi e Arabia Saudita in primis)?

Prendendo in esame i paesi sopracitati scopriamo alcuni dati interessantissimi, a mio avviso. Andrò ad elencarli:

Iraq: l’impegno in Iraq affonda le sue origini nel 2003 e vede la sua ufficiosa fine solo nel 2011. Il conflitto ha lasciato in dote un paese dilaniato dagli scontri tra i fondamentalisti islamici e le forze governative (invano “istruite” dalle forze occidentali), una crisi economica che va ad aggravare il già pesante bilancio statale ed una perdita di civili conteggiata tra il milione e il milione e duecentomila morti.

Il decreto di Trump ha  indisposto il premier Haider al-Abadi, un alleato chiave degli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, che ha dovuto ratificare un decreto-fotocopia votato a larga maggioranza dal parlamento (che prevede il blocco del visto per i cittadini USA in Iraq).

In Iraq sono presenti 5 mila militari statunitensi, che però non hanno bisogno del visto per entrare. Difficilmente la misura potrà essere applicata anche a loro. 

Intanto l’Isis ha ribattezzato la legge Trump “il decreto benedetto”, perché, secondo gli islamisti, mette in luce il vero atteggiamento dell’Occidente contro i musulmani, al di là delle alleanze di comodo. I jihadisti stanno già sfruttando sul web il bando nei confronti dei cittadini di sette Paesi islamici per reclutare nuovo adepti della “guerra santa”. 

Iran: i rapporti sono sempre stati molto tesi, specialmente dopo le sanzioni (imposte all’Iran in ambito Onu, europeo e americano) per la cosiddetta proliferazione nucleare. Sebbene sia improbabile che termini il programma iraniano per l’arricchimento dell’uranio, Teheran potrebbe avviare una collaborazione con organi internazionali come l’IAEA. Tuttavia, dopo il decreto Trump, è stato votato lo stesso fermo dei visti secondo il principio di reciprocità; questo stallo internazionale rischia di acuire problemi mai sopiti sotto le ceneri delle fragili relazioni internazionali.
Si citi, ad esempio, il presunto aiuto fornito da parte del governo di Teheran alle truppe dei ribelli yemeniti.

 

Yemen: L’inizio della guerra civile in Yemen è ufficialmente datato nel marzo del 2015. La situazione interna del paese era tesa sin dal manifestarsi della “primavera araba” tra il 2011 e il 2012. All’epoca il presidente Ali Abdullah Saleh venne deposto a seguito delle proteste popolari. Il potere venne acquisito da Abdel Rabbo Monsour Hadi, con particolare favore dell’Occidente e dell’Arabia Saudita. Nei primi mesi del 2015 gli Houthi e le forze di Saleh cacciarono il presidente Hadi e lanciarono un’offensiva contro i territori meridionali del paese. Gli Houthi sono un gruppo sciita che corrisponde a circa il 35% della popolazione e controllano l’area della capitale Sana’a che si trova al confine con l’Arabia Saudita. Questa particolare accusa e la presenza sul territorio yemenita di provincie controllate da Al-Qaeda e lo Stato Islamico scatenarono una forte reazione internazionale. Gli Stati Uniti, la Lega Araba e i paesi degli Emirati Arabi sono i principali sostenitori dei sauditi e per questo motivo questo fermo dei visti rischia di distaccare le sorti USA dalle vicende yemenite, con grande pericolo di una proliferazione islamista. Secondo l’Onu le vittime causate da questo conflitto sono più di 10mila di cui almeno la metà sono civili.

Libia: dopo la deposizione del governo Gheddafi, la Libia è sprofondata in un caos geopolitico che la rende terreno ideale per la proliferazione di cellule terroristiche legate al proficuo mercimonio di uomini e donne che ha il suo emblema nella tratta dei migranti.

Nonostante l’Onu abbia ufficialmente riconosciuto il governo di Fayez al-Sarraj, la realtà dei fatti resta notevolmente diversa. Il traffico dei migranti frutta 1/3 del PIL solo nell’area della Tripolitania e il governo non sembra avere le forze per reagire (o risulta essere connivente, difficile stabilirlo).

Ma per quale motivo il risibile numero di richiedenti asilo libici negli Stati Uniti dovrebbero essere un problema nazionale? Difficile stabilirlo.

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che Russia ed Egitto sembrano che abbiano ormai consolidato il loro asse, cui si aggiunge la Siria di Assad, l’Iraq, fornitore di petrolio degli egiziani al posto dei sauditi, e l’Iran, alleato di Damasco, di Baghdad e di Mosca. I russi avrebbero chiesto una base militari ai libici di Bengasi, rinnovando una richiesta che Mosca aveva già fatto a Gheddafi nel 2008. 

E’ forse un caso che 5 delle 7 nazioni escluse dalla richiesta del visto abbiano legami internazionali con la Russia di Putin?

Somalia:  Chi sono gli Al-Shabaab? La domanda s’impone ancora una volta volgendo l’occhio allo scacchiere del Corno d’Africa, dove la Somalia vive da anni schiacciata dagli attacchi di questo gruppo terroristico legato ad Al Qaeda che, spessissimo, sconfina nel vicino Kenya. Nel settembre 2013 vi compì la sua azione più terribile, l’attentato nel centro commerciale Westgate di Nairobi, in cui persero la vita 68 persone.
Gli attacchi al porto di Barawe, città roccaforte jhadista, a Mogadiscio e a Nairobi sono solo gli ultimi di una lunga sequela di violenza.

Ma si tratta davvero di violenza gratuita di matrice islamista, o sotto a tutto vi sono enormi interessi commerciali all’origine dell’instabilità somala?

Il Paese giace sopra enormi giacimenti di petrolio greggio green light, a bassa quantità di zolfo, tanto lungo le coste che danno verso l’oceano aperto, tanto nelle acque che guardano lo Yemen. Secondo alcuni analisti, i finanziamenti agli Al Shabaab arriverebbero proprio da lì, la Penisola Araba: confraternite islamiche che controllano il business petrolifero e che puntano con enorme interesse a queste riserve. Inoltre parliamo di un punto di snodo importantissimo per i commerci mondiali, tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez: per molti sarebbero netti i legami tra i pirati somali e questi terroristi.

E’ quindi un caso che la Somalia venga colpita da questo decreto, essendo lei alleata dell’Iran? 

Sudan:  Una visita dell’inviato speciale della Casa Bianca Donald BoothKhartoum per il Sudan e il Sud Sudan il cui obiettivo è stato di valutare assieme al Governo del Presidente Omar el Bashir i prossimi passi per annullare il blocco economico unilateralmente imposto dagli Stati Uniti agli inizi degli anni Novanta. E’ un caso che dopo l’apertura del 2014 ad opera del governo Obama il successore Trump si adoperi subito a reinserire il Sudan nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo, dopo che vi era stato cancellato proprio dal predecessore democratico?

Siria:  La Siria vive una terribile guerra di difficile collocazione.

Non si tratta di une vera propria guerra civile, né religiosa e tanto meno di invasione straniera. Si tratta di una guerra iniziata per rovesciare il regime di Assad ma che ha preso, data la tensione tra Mosca e Washington, le dimensioni di un conflitto di ambascerie internazionali. Gli Stati Uniti hanno annunciato il 3 ottobre 2016 l’interruzione di qualsiasi contatto bilaterale con la Russia a proposito della guerra in Siria, in reazione ai violenti bombardamenti che l’aviazione russa e quella siriana stanno conducendo su Aleppo.

Ancor più inquietante la mossa, quasi contemporanea, del Cremlino: sospeso l’accordo sulla parziale e progressiva distruzione dei rispettivi arsenali al plutonio, siglato con gli Usa nel 2000 ed effettivo dal 2010. L’eventuale riattivazione, secondo un disegno di legge presentato alla Duma, è subordinata alla cancellazione di tutte le sanzioni americane contro la Russia – da ultimo quelle successive all’annessione della Crimea.

La Siria, vittima del blocco imposto da Trump, è quindi un bacino di proliferazione terroristica o solo la vittima sacrificale delle tensioni internazionali che durano in questa porzione di Medio Oriente dagli anni ’50?


Analizzate le posizioni dei sette stati in relazione agli Stati Uniti, per quale motivo a subire eguale sorte, non sono state anche nazioni come gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan, l’Egitto e l’Indonesia?
D’altro canto gli attentatori delle torri gemelle provenivano dall’Egitto (come Mohamed Atta, capo dei dirottatori) e dalle cellule terroristiche legate ad Al-Qa’ida degli Emirati arabi e dell’Arabia Saudita.

Sarà forse per gli interessi economici che le aziende di Trump hanno nei paesi sopracitati? O forse per il complesso scacchiere geopolitico che vede le nazioni sopracitate essere (o essere state) alleate della Russia?

Quattro aziende in Arabia Saudita; due in Egitto; ville, spa e campi da golf negli Emirati Arabi; una serie di immobili in Indonesia. Un bottino importante per il neo presidente degli Stati Uniti d’America, che vede il proprio decreto scatenare un’ondata di indignazione e proteste in tutta la nazione.

Non è intenzione di questo articolo sottolineare per l’ennesima volta la differenza sostanziale che intercorre tra rifugiati politici e terroristi, né cercare di ovviare al pretesto qualunquista della politica dell’esclusione, che vede nella chiusura l’unico rimedio efficace alla lotta al terrorismo.

Il senso intrinseco dello scritto è analizzare brevemente la situazione geopolitica delle 8 forze in campo (USA e nazioni coinvolte, anche se potrebbero essere molto di più contando comunità UE e Russia) senza entrare troppo nello specifico (google e wikipedia sapranno ovviare alle mie lacune).

Allora, in conclusione, la notizia mi desta un sorriso dolce amaro a cui non so come rispondere, se non con un po’ di leggera ironia: cosa fare per ghettizzare i più di 1,6 miliardi di persone (circa il 23.4% della popolazione mondiale) musulmane? 

Costruire un bel muro, magari?

Donald, prepara malta e mattoni, ne hai di lavoro da fare!

Stefano Pasciuti

 

 

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Io ancora mi sollevo

Io ancora mi sollevo

Le mani che stringono forte, fanno male. Bloccano il sangue, lo gelano lasciando un segno rosso a mo’ di bracciale.

Mi fai male, lasciami!“.
Un ultimo strattone, più forte, una spinta che la fa traballare.

Poi lui se ne va sbattendo la porta e Federica resta imbambolata a piangere, chiedendosi cosa abbia fatto per farlo incazzare anche oggi.


 

Marta si era preparata a lungo per la serata, aveva scelto un vestitino visto tre settimane prima in un negozietto in zona Ticinese di cui si era subito innamorata.

Lungo, nero, attillato: era costato una miseria.

Aveva dovuto nascondere tutto a Fabio, il suo ragazzo. Non avrebbe capito, non le avrebbe dato il permesso.

Alla fine non era niente di che, un semplice aperitivo con le sue amiche. Un modo di respirare, di vedere anche altra gente oltre agli amici di Fabio.

Eppure doveva nascondersi, temeva che lui si potesse arrabbiare.

A metà serata, verso le 23:15, un messaggio che la rende scura in volto.

Quando torni facciamo i conti“.
Si alza, saluta le amiche e si scusa per il mal di stomaco. Rifiuta il passaggio, andrà a piedi.


Come cazzo ti sei conciata oggi? Vatti a cambiare!“.

Il solito tono impositivo, i soliti ordini, la solita rabbia nella voce.

Eva non vuole struccarsi: non dorme da qualche notte e le occhiaie sono più pronunciate che mai.

Ma ancor di meno vuole litigare, almeno quella sera vuole passarla tranquilla.

Scusa, vado a cambiarmi“, risponde subito.

Si sfila i leggings neri, si guarda la pancia più piatta che mai, si tocca le costole sporgenti e ha un brivido.

E’ un po’ magra, ma non troppo alla fine. Marco dice sempre che dovrebbe perdere ancora un chilo o due. Per la cellulite, dice.

Si mette i jeans scuri, il maglione nero lungo.

Ecco così va bene, prima sembravi una puttana“.


Al tavolo le storie assurde di Stefano fanno splendida scena di sé. E’ simpatico, a Laura fa molto ridere, specie per quel suo tic un po’ strano di strizzare gli occhi ogni due frasi.

Anche Filippo ride di gusto e le tiene la mano, è molto dolce questa sera. E’ premuroso ed è felice che lei sia vestita bene.

E quindi niente, in pieno centro a Madrid mentre cantavamo le canzoni degli alpini ci ha fermato un tizio, ci ha dato 5 euro e ci ha detto: -Compratevi del fumo, cantate di merda!-“.

Risate spianate, Stefano sorride con il suo faccione giulivo. Con lo sguardo sospeso a metà tra il timido e il tronfio, passa in rassegna tutta la platea degli astanti, in cerca di ulteriore consenso.

Marta, rossa in viso per le risate e il vino, ricorda di quando a Praga due italiani le avevano cantato “Bella bionda” in mezzo alla Staroměstské náměstí.

Il discorso si dirige su Praga e le sue bellezze, fino a quando Stefano non chiede a Laura se ci sia mai stata.

Filippo non le dà il tempo di rispondere che subito risponde per lei: “A Praga? Ma se ha visto a malapena Fregene. Sta qui non riconoscerebbe la tour Eiffel nemmeno se ci sbattesse la faccia contro!“.

Laura avvampa, paonazza in volto, abbassa lo sguardo e fa un mezzo sorriso.

La serata continua, lei vorrebbe solo scappare a piangere in bagno.


 

Federica, Marta, Eva, Laura.

Quattro ragazze qualsiasi, donne di ogni età e di ogni nome. Diversi colori di pelle, di capelli, di vestiti.

Mani che si torturano nervosamente, unghie mangiate.

Donne buone, donne cattive. Alcune stronze, altre affabili. Federica cucina molto bene, Eva è impedita. Laura vorrebbe vedere Parigi, Marta non sopporta il francese.

Quattro donne che in comune hanno un uomo che le sminuisce, le vessa, le abbatte.

Quattro vittime di violenza; una violenza subdola, sottile, spregevole.

La violenza più infame, quella psicologica.

Questo brevissimo scritto è solo per ricordare che la violenza sulle donne non è solo quella che lascia i lividi sulla pelle, ma anche (se non soprattutto) quella che lascia segni invisibili agli occhi.
A voi dedico i versi di una straordinaria poetessa afroamericana: Maya Angelou (che fu ella stessa vittima di violenza sessuale).

 

Puoi svalutarmi nella storia
Con le tue amare, contorte bugie;
Puoi schiacciarmi a fondo nello sporco
Ma ancora, come la polvere, mi solleverò

La mia presunzione ti infastidisce?
Perché sei così coperto di oscurità?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio
Che pompano nel mio soggiorno
Proprio come le lune e come i soli,
Con la certezza delle maree,
Proprio come le speranze che si librano alte,
Ancora mi solleverò

Volevi vedermi distrutta?
Testa china ed occhi bassi?
Con le spalle che cadono come lacrime,
Indebolita dai miei pianti di dolore?
La mia arroganza ti offende?
Non prenderla troppo male
Perché io rido come se avessi miniere d’oro
Scavate nel mio giardino
Puoi spararmi con le tue parole,
Puoi tagliarmi coi tuoi occhi,
Puoi uccidermi con il tuo odio,
Ma ancora, come l’aria, mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti giunge come una sorpresa
Che io balli come se avessi diamanti
Al congiungersi delle mie cosce?
Fuori dalle capanne della vergogna della storia
Io mi sollevo

In alto, da un passato che ha radici nel dolore
Io mi sollevo

Io sono un oceano nero, agitato ed ampio,
Sgorgando e crescendo io genero nella marea.
Lasciando dietro notti di terrore e paura
Io mi sollevo

In un nuovo giorno che è meravigliosamente limpido
Io mi sollevo

Portando i doni giunti dai miei antenati,
Io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
Io mi sollevo
Io mi sollevo.

 

Horror vacui

Horror vacui

La corsa all’ospedale, Cristina deve partorire.
– Dov’è mio marito? A casa, sì è rimasto a casa. Che agitazione, il mio primo nipotino-.

Quella è la mia sedia!”.

 

Mariuccia alza la testa, chi è quella vecchia che la sta fissando? Non l’ha mai vista.

-Mamma mia com’è anziana, quante rughe, com’è vestita? Ha tutto il maglione fuori posto-.

Le sorride come si sorride ai bambini, poi Mariuccia si guarda intorno: ha lo sguardo vacuo e perso. Guarda dappertutto ma senza vedere, osserva gli altri senza capire perché siano così vecchi.

 

Cristina?”, urla.

Che voce brutta che ha, acuta. Prima non era così, la sua voce era più bella quando cantava per i suoi due nipotini.

Si apre la porta, una folata di gelo ed un brivido.

Mario?

Mariuccia si agita come fosse il primo giorno di scuola, lo guarda da lontano.
Entra Mario, è proprio lui! E’ venuto a trovarla, quanto tempo che non viene. Com’è sciupato il suo bambino, con tutti quei capelli bianchi e il bastone.

Mario!”. Un cenno con la mano, vieni qui sembra dirgli.

Profumi, rumore di pentole; come sempre Mariuccia sta lavorando ad un ritmo folle, deve controllare tutto il bar.

-Mamma, mi fai un panino?-.
Mariuccia non ha tempo, fa cenno di no e di aspettare.

Ma un bambino non aspetta, non sa cosa sia la pazienza.
L’affettatrice, la corsa all’ospedale, ma prima uno schiaffone, il sangue.

Mario?”.

Quante rughe ha suo figlio, ha un bastone?

E se fosse suo padre?

Papà?”.

Poi gli occhi si fanno di nuovo nocciola, la luce in fondo allo sguardo brilla per qualche secondo.

Nessun Mario, non c’è sua figlia nella stanza piena di vecchi. E’ da sola, suo marito non c’è.
-Dove sono?-.

Si guarda intorno disorientata, dov’è casa sua?
Dov’è suo marito?

“Quella è la mia sedia”.

Born in the U.S.A.

Born in the U.S.A.

I commenti dell’etere mediatico si sono sprecati sull’evento del momento.

D’altronde funziona così, il moto ondoso dei social ci porta un’onda di novità, tutti ne siamo travolti e sopraffatti. Ma quando si ritira la marea restiamo inebetiti a guardarci intorno, aspettando con trepidante attesa la prossima onda di novità che potrà seppellirci.

Funziona così, da sempre.

E’ successo per eventi più o meno “storici”, abbiamo quelli che ci riguardano da vicino (Amatrice, Gorino, il referendum) e ne abbiamo altri che sembrano non toccarci né lambirci in alcun modo, eppure sono più vicini di quanto sembri.

Era così per gli attentati di Parigi, è così per la Siria, era così per la crisi in Crimea ed è così per l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

La nazione a stelle e strisce è stata chiamata alle urne ed ha risposto presente con un’affluenza record: 200 milioni di cittadini si sono registrati per votare.

Il risultato delle votazioni ha sancito la vittoria di Donald Trump che si insedierà alla Casa Bianca insieme alla moglie, Melania, il 20 gennaio del 2017, giurando nelle mani del presidente della Corte Suprema con la stessa formula usata da George Washington (il primo presidente della storia americana) nel 1789. Il suo mandato durerà 4 anni, al termine dei quali potrà essere rieletto una seconda volta.

I media ci hanno bombardato, in queste settimane, di considerazioni, analisi, previsioni e dichiarazioni. Ogni personaggio di rilievo, in patria, ha ritenuto opportuno esporsi per l’uno o per l’altro candidato.

E’ da sottolineare come la stragrande maggioranza di VIP si sia detta a favore dell’elezione di Hillary Clinton, l’altra pretendente alla presidenza; inoltre mi preme sottolineare come la maggior parte delle analisi e delle previsioni abbiano sbagliato, dando come certa l’elezione di quest’ultima a scapito di Trump.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di analizzare quali sono i metodi di elezione del presidente USA.

Le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America sono una procedura elettorale con la quale vengono eletti il presidente e il vicepresidente di tale repubblica federale per un mandato di quattro anni che inizia il 20 gennaio (detto pertanto Inauguration Day) dell’anno successivo a quello delle elezioni.

Le elezioni si svolgono nel cosiddetto Giorno dell’Elezione (Election Day), che ricorre il martedì successivo al primo lunedì di novembre di ogni quattro anni, questo per evitare che il giorno delle elezioni cada il 1º novembre, che è un giorno festivo.

Concretamente, l’elezione viene effettuata con un metodo indiretto: i cittadini scelgono, con metodi stabiliti dai singoli stati federali, gli elettori che formano il Collegio elettorale degli Stati Uniti (United States Electoral College). Gli elettori possono assegnare il proprio voto a chiunque, tuttavia, salvo rare eccezioni, votano i candidati designati e le loro preferenze vengono confermate dal Congresso agli inizi di gennaio.

In pratica, ognuno dei 50 stati ha espresso un numero di grandi elettori proporzionale alla popolazione; per conquistare la Casa Bianca, ne servivano 270.

Vale la pena sottolineare, quindi, come sia possibile che il candidato perdente totalizzi un numero di voti superiori, in termini assoluti, a quelli del candidato vincente, risultando comunque sconfitto.

Di seguito vi propongo una classifica che tiene conto sia dei voti popolari, che di quelli dei grandi elettori (l’asterisco indica che il candidato è stato eletto):

  1. Obama 2008* (69.498.516 voti – 365 grandi elettori)
  2. Obama 2012* (65.915.795 voti – 332 grandi elettori)
  3. Bush 2004* (62.040.610 voti – 286 grandi elettori)
  4. Romney 2012 (60.933.504 voti – 206 grandi elettori)
  5. McCain 2008 (59.948.323 voti – 173 grandi elettori)
  6. Clinton 2016 (59.814.018 voti – 232 grandi elettori)
  7. Trump 2016* (59.611.678 voti – 306 grandi elettori)
  8. Kerry 2004 (59.028.444 voti – 251 grandi elettori)
  9. Gore 2000 (50.999.897 voti – 266 grandi elettori)
  10. Bush 2000* (50.456.002 voti – 271 grandi elettori)

Grande importanza, come si nota, hanno avuto le suddivisioni interne dei singoli stati e le vittorie in quelli ritenuti crociali.

Di cosa si parla? Dei cosiddetti swing state.

Gli occhi degli analisti sono stati puntati sui cosiddetti stati in bilico, quelli in cui l’elettorato è mutevole. Sono questi che hanno deciso il probabile (e inaspettato) trionfo di Donald Trump, che si è già aggiudicato Florida, North Carolina e Ohio. A Hillary Clinton, Virginia e Colorado.

Come ribadito sopra, gran parte delle celebrities si sono dette a favore di Hillary Clinton, basti pensare a Madonna, Katy Perry, Beyoncé, Lena Dunham e  Lady Gaga, oltre a ricevere gli endorsement della stampa Usa (tra cui New York Times, Los Angeles Times, The New Yorker Vogue).

Per questo si parla di vittoria “insperata” o quantomeno non pronosticata; buona parte dei sondaggisti davano la vittoria “in rosa” come molto quotata, se non addirittura certa.

Una volta chiarito come si svolga l’elezione del presidente e del vicepresidente USA, cerchiamo di analizzare le due figure che si sono contrapposte, con un occhio di riguardo al significato di repubblicano e democratico.

Tradizionalmente, anche se non è sempre così, a fronteggiarsi alle elezioni presidenziali, sono i due partiti maggioritari: il Partito Repubblicano (Republican Party), popolarmente noto come GOP (acronimo di Grand Old Party) e il Partito Democratico (Democratic Party).

Inizierei la mia analisi dal fronte che si è aggiudicato le votazioni, ossia quello guidato da Donald Trump.

Il Partito Repubblicano venne fondato nel 1854 per contrastare la temuta espansione nell’Ovest del sistema schiavistico degli Stati del Sud. Nel contesto politico statunitense, il Partito Repubblicano è considerato come il partito conservatore, in contrapposizione al Partito Democratico, che è invece un partito progressista ed ispirato al liberalismo statunitense. Ma non è stato sempre così.

Inizialmente era considerato un partito più “liberali”, ma fu dalla presidenza Eisenhower, in un clima di Guerra fredda caratterizzato dall’intensificarsi dell’anticomunismo e dalla presa di distanza dalla politica statalista del New Deal, che il partito assunse definitivamente la fisionomia conservatrice attuale.

Il simbolo tradizionale è il cosiddetto “Elefantino” con i colori statunitensi.

Nonostante posizioni a volte discordanti, il partito esprime una linea sostanzialmente unitaria. I suoi valori rispecchiano una coerente e variegata impostazione conservatrice, riconducibile alle sue fazioni.

In ambito economico riscontriamo la consapevolezza che il libero mercato, la libertà d’impresa e la de-regolazione siano gli unici fondamenti per una vera prosperità economica.

Alcuni suoi autorevoli membri, fra i quali Paul Ryan, speaker della Camera dei rappresentanti, propongono inoltre l’abolizione delle tasse sul guadagno in conto capitale, quella riguardante l’imposta sul reddito delle società e la privatizzazione di Medicare (assicurazione medica).

Le opinioni in materia di matrimoni omosessuali, aborto, eutanasia e antiproibizionismo riflettono naturalmente un’impostazione di destra e attenta alle ragioni di varie associazioni cristiane.

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Il Partito Repubblicano è fronteggiato, in posizioni alle volte diametralmente opposte, dal Partito Democratico.

Il Partito Democratico (Democratic Party) ha origine dal Partito Democratico-Repubblicano, fondato da Thomas Jefferson, James Madison ed altri influenti anti-federalisti nel 1712. È il più antico partito politico del mondo. Dopo la spaccatura del Partito Democratico-Repubblicano nel 1828, si è posizionato a sinistra del Partito Repubblicano nelle questioni economiche e sociali. Fino agli anni sessanta, molti democratici del sud erano ancora favorevoli alla segregazione razziale.

La filosofia attivista a favore della classe lavoratrice di Franklin D. Roosevelt chiamata “liberalismo” negli Stati Uniti (in realtà simile, per alcuni aspetti, al liberalismo sociale) ha rappresentato gran parte del programma del partito sin dal 1932. La coalizione del New Deal di Roosevelt controllò spesso il governo nazionale fino al 1964. Il movimento per i diritti civili degli anni 1960, approvato dal partito, gli fece perdere parte dei consensi negli Stati del sud.

Il simbolo tradizionale è il cosiddetto “Asinello” con i colori americani.

Dal 20 gennaio 2009 al 9 Novembre 2016 Barack Obama è stato il 44º presidente degli Stati Uniti d’America.

Tuttavia, negli ultimi anni, a causa dell’impopolarità della riforma sanitaria, rinominata Obamacare dai Republicans, e di altre contestate misure economiche prese dell’Amministrazione Obama, i Democratici persero nel 2010 la maggioranza parlamentare alla Camera dei Rappresentanti, ma non quella del Senato: la situazione rimase pressoché simile anche nelle elezioni congressuali del 2012.

In termini numerici, dal 2009 ad oggi, le perdite sono le seguenti: 12 seggi di Governatori persi, 69 seggi alla Camera dei Rappresentanti, 14 seggi al Senato, 910 seggi persi alle legislature statali.

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Dopo aver analizzato il sistema (sostanzialmente) bipartitico statunitense, voglio soffermarmi sulle figure che sono emerse da questo scontro: Donald Trump (repubblicano e nuovo presidente USA) e la candidata democratica Hillary Clinton

Chi sono i due candidati alla Casa Bianca?

Partiamo dagli sconfitti, chi è Hillary Clinton?

Hillary Diane Rodham Clinton nata Hillary Diane Rodham nasce a Chicago il 26 ottobre del 1947 ed è una politica statunitense del Partito Democratico.

Prima di intraprendere l’attività politica, ha esercitato la professione di avvocato e docente di diritto penale, diventando la prima donna a essere ammessa come socio nel «Rose Law Firm», uno degli studi legali più antichi degli Stati Uniti; ha inoltre fatto parte dei consigli d’amministrazione delle multinazionali Walmart e Lafarge.

È sposata con Bill Clinton dal 1975, quarantaduesimo presidente, a seguito del quale è stata first lady dal 1993 al 2001. Successivamente prestò servizio per otto anni come senatrice in rappresentanza dello Stato di New York (2001-2009), venendo eletta per il suo primo mandato mentre era ancora first lady e diventando quindi la prima moglie di un presidente a ricoprire una carica elettiva. Durante la sua permanenza al Congresso, sostenne apertamente l’intervento armato in Afghanistan e in Iraq, ma in un secondo momento criticò la gestione delle operazioni militari da parte dell’amministrazione di George W. Bush.

Nel 2008 prese parte alle elezioni primarie del proprio partito in previsione delle consultazioni presidenziali dello stesso anno; malgrado i sondaggi della vigilia la vedessero largamente favorita, dopo un aspro confronto fu sconfitta a sorpresa dal senatore Barack Obama, conseguendo tuttavia il maggior numero di suffragi popolari (quasi 18 milioni) nella storia delle primarie statunitensi. La senatrice annunciò in seguito il proprio appoggio nei confronti di Obama, che fu eletto presidente. Hillary Clinton svolse le funzioni di segretario di Stato fra il gennaio del 2009 e il febbraio del 2013, rinunciando all’incarico al termine del primo mandato di Obama e venendo sostituita da John Kerry.

La sua figura è, per certi versi, largamente contraddittoria. Le principali critiche che le vengono mosse sono la scarsa trasparenza e la sua vocazione “guerrafondaia”.

Da molti documenti segreti, successivamente rivelati al pubblico tramite fughe di notizie (più o meno ricercate) si evince che la sua candidatura e vittoria alle primarie non sia stata così cristallina, tutt’altro.

Inoltre, nonostante l’esplicito appoggio del presidente uscente, Barack Obama, Hillary non è riuscita a raccogliere quasi 6 milioni di voti di quelle comunità afro-americane ed ispanico-latine che avevano significato la larga vittoria del suo predecessore nel 2008 e nel 2012.

Vi invito, a tal proposito, a leggere un interessante articolo de “Il Sole 24 Ore” che analizza i motivi della sconfitta della Clinton: Perché Hillary Clinton è stata sconfitta?

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L’uomo che il popolo statunitense ha decretato debba essere il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America è Donald Trump.

Donald John Trump nacque a New York il 14 giugno 1946 ed è un imprenditore, politico e personaggio televisivo.

È figlio di Fred Trump, un facoltoso investitore immobiliare di New York, da cui è stato fortemente influenzato nel proposito di intraprendere una carriera nel medesimo settore. Ha frequentato la Wharton School of the University of Pennsylvania, lavorando allo stesso tempo nell’azienda paterna, la «Elizabeth Trump & Son», di cui divenne socio dopo essersi laureato nel 1968; tre anni più tardi rilevò in prima persona la gestione della compagnia, ribattezzandola «Trump Organization».

Le sue strategie aggressive di brand management, il suo stile di vita e i suoi modi diretti hanno contribuito a renderlo un personaggio celebre, status accresciuto dalla popolarità del programma televisivo The Apprentice, da lui stesso prodotto e condotto fra il 2004 e il 2015. È annoverato alla 405ª posizione nella lista delle persone più ricche del mondo stilata da Forbes nel 2015, con un patrimonio stimato in 4,1 miliardi di dollari.

Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito Riformista per le elezioni presidenziali del 2000, aderì dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano.

Nell’ultima corsa presidenziale, Trump ha impostato la sua campagna elettorale su posizioni populiste e conservatrici: in particolare, le sue dichiarazioni in favore del libero utilizzo delle armi da fuoco hanno suscitato aspre polemiche, così come la sua proposta di istituire una moratoria sull’immigrazione delle persone di religione islamica.

Il 10 febbraio 2011 Trump ha tenuto un discorso in cui ha espresso le proprie posizioni politiche e si è principalmente dichiarato come:

  • Contrario a qualunque provvedimento di innalzamento della pressione tributaria;
  • Contrario al controllo delle armi;
  • Contrario agli aiuti internazionali;
  • Contrario all’Obamacare (e quindi favorevole alla sua abolizione e, di conseguenza, alla sua sostituzione con una nuova legge);
  • Favorevole a sostenere l’idea che la Cina comunista dovrebbe essere trattata dagli Stati Uniti d’America come un nemico e, quindi, sottoposta a pesanti dazi all’importazione.

“Make America Great Again” è appunto il motto della sua campagna elettorale. Trump ha criticato spesso gli accordi commerciali stipulati dagli USA con altri stati, ai quali ascrive in particolare il declino del settore manifatturiero e della perdita di posti di lavoro a vantaggio di paesi a basso costo di manodopera.

Il linguaggio di Trump è esplicito, infarcito di bassezze e volgarità, e  proprio per questo comprensibile da tutti. I suoi toni sempre alti, spesso aggressivi, hanno risvegliato molti dal torpore. Secondo molti osservatori, il grande successo di Trump è dovuto alla capacità di intercettare gli elettori delusi, amareggiati, poveri, che, senza di lui in gara, non sarebbero andati a votare.

Trump ha disseminato la sua campagna di slogan populisti e demagogici, e non bisogna essere di parte per ammetterlo.

In tema di immigrazione Trump ha iniziato la sua campagna, e la sua scalata nei consensi, definendo l’immigrazione illegale un’emergenza nazionale e i messicani che attraversano di notte la frontiera con gli Stati uniti “criminali e stupratori” e promettendo, in caso di vittoria, di “lanciare un programma di deportazione su larga scala” di tutti gli immigrati clandestini (di qui anche l’idea di edificare un muro tra Usa e Messico). Anche sulla possibile accoglienza di profughi dalla Siria, Trump è stato netto: “Questi profughi potrebbero essere un Cavallo di Troia. Il nostro paese ha problemi enormi da risolvere. Non possiamo accollarci un altro problema”.

Sulla pena di morte, “gli slogan e le parole di Trump sembrano essere stati scelti per accogliere con brutale schiettezza i desideri della fascia più tradizionalista, e maggioritaria, dell’elettorato. “La pena di morte – ha affermato – andrebbe ripristinata e applicata con durezza.C’è chi dice che non è un deterrente. Magari sarà anche così, ma resta il fatto che i due criminali recentemente giustiziati per aver ucciso dei poliziotti non ammazzeranno più nessuno. Questo è certo”.

Con un occhio molto attento alle esigenze del ceto medio, deluso dalle mancate riforme del welfare e della sanità pubblica promesse e non attuate negli otto anni della presidenza Obama, Trump si è discostato dalle posizioni storiche del partito repubblicano, da sempre contrario alla creazione di un servizio sanitario in grado di fornire ai tutti i cittadini assistenza pubblica sul modello europeo.

 

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E ora? Cosa cambierà?

Questo articolo, di puro scopo divulgativo, mi serve a fare luce e chiarezza sul sistema elettivo del presidente USA e per analizzare idee e proposte dei due candidati.
Giudicare quello che accadrà è mestiere di analisti e sondaggisti, tutte persone che (vale la pena ricordarlo) hanno “toppato alla grande”, forse spinti dalla stampa.
Vale la pena sottolineare come le reazioni internazionali siano state tiepidamente a favore di Trump, è da capire se ciò sia riconducibile ad un sostanziale tentativo di mantenere calme le acque.

Il governo russo è pronto a “un dialogo costruttivo per la cooperazione” con il futuro presidente americano.

Di tutt’altro avviso è Juncker che si aspetta che Trump chiarisca le sue intenzioni:”Ci aspettiamo da Trump che faccia chiarezza su questioni come ad esempio la politica commerciale globale e quella sul clima. Tutto questo deve essere chiarito nei prossimi mesi, senza dover inviare agli Usa una lista di richieste. Dobbiamo avere chiarezza sulle intenzioni del partner strategico più importante al mondo“.

Ovviamente il Messico non pagherà per il suo maledetto muro“: molto dura la prima reazione dell’ex presidente messicano Vicente Fox dopo l’elezioni alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha fatto della costruzione di un muro sulla frontiera fra gli Usa e il suo vicino meridionale un leitmotiv della sua campagna elettorale.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk si è congratulato con Donald Trump così come il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, il quale ha tuttavia affermato che con Donald Trump presidente Usa “sicuramente la relazione transatlantica diventerà più difficile“.


Non sono un’analista, né un conoscitore di politica internazionale e rapporti inter-statali.

Tuttavia, da semplice spettatore di questo enorme teatro globale, mi sembra doveroso giungere a qualche conclusione.

Ritengo che a Donald Trump si debba dare il tempo (almeno un biennio) per mettere in pratica le sue riforme economiche, per saggiarne la sensatezza.
Come in tutte le cose serve non affrettare il proprio giudizio, ma “stare a guardare”.
Vigili, attenti, preoccupati anche.
Non tanto perché Trump sia il male assoluto (come ho scritto poc’anzi: Hillary non è esente da colpe e il suo trascorso è quanto meno torbido) ma poiché quando si vince un’elezione facendo leva su sentimenti razzisti, xenofobi, protezionistici ed altamente aggressivi, il pensiero corre immediatamente alla situazione globale del 1929, epoca in cui il mondo usciva da una crisi economica senza precedenti e si trovava a dover cercare un colpevole.
Non vorrei che Trump abbia cercato colpevoli sui quali scaricare odio e rimostranze.
Sarebbe da sciocchi pensare che l’elezione dell’uomo più potente al mondo non ci tocchi, sarebbe incosciente focalizzarci solo su le banalità di tutti i giorni senza farsi un’idea critica di quanto accaduto negli States.

Così come sarebbe da sciocchi, dimenticare che tra meno di un mese (il 4 dicembre, per la precisione) noi italiani saremo chiamati al voto per un quesito non meno importante: la modifica della nostra Costituzione!

Perciò auspico che il mio articolo (come migliaia di altri, magari più esaustivi) possa darvi una qualche delucidazione circa questo evento mondiale.

Stefano Pasciuti



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Lo straniero non deve passare.

Lo straniero non deve passare.

Lo straniero non deve passare, stiamo parlando del Piave? Siamo in guerra con gli austriaci?
No, lo straniero non deve passare a Gorino.

L’articolo di oggi è di quelli che mi stanno a cuore.

E’ notizia di questi giorni la netta presa di posizione degli abitanti di Goro e Gorino, nel Ferrarese, che hanno alzato delle barricate in strada per fermare il passaggio di un pullman con a bordo dei rifugiati.

Analizziamo con estrema lucidità ed onestà intellettuale il susseguirsi degli eventi.

Per prima cosa parliamo del “dove”.

Goro è un paese di poco più di 3000 abitanti e Gorino ne è la sua unica frazione; inserita nella comunità del delta del Po, questa cittadina vive della pesca alle vongole e del turismo.

Michele Tortora è un nome che non dice nulla a gran parte di noi, me in primis.

Si tratta del prefetto di Ferrara, protagonista della decisione di dirottare i rifugiati in un ostello requisito “per uno stato di necessità“.

Ora parliamo di cifre, quante persone?

Davanti ad una protesta così vibrante ci si aspettano cifre importanti, ma a stupire è il numero esiguo di persone che sarebbero dovute essere ospitate in questo ostello: 12 donne (di cui una incinta) e i rispettivi figli.

In proporzione al numero di abitanti si tratta dello 0,4% della popolazione di Goro.

Un’invasione!

Arriviamo alla protesta vera e propria, esattamente cosa è successo?

E’ successo che la signora X, nata a Goro 33 anni fa e trasferitasi in Sicilia al seguito del marito che lavora come imbianchino, alle 15.30 di lunedì era su Facebook.

Si accorge che un ex candidato sindaco di Goro ha postato un allegato. Lo apre. È l’ordinanza del prefetto che requisisce parzialmente l’Ostello-bar «Amore e natura» di Gorino.

«Provvedimento a carattere eccezionale straordinario».

Stanno arrivando.

Si attacca al telefono, un pescatore suo amico dice di aver chiamato «amici degli amici», scoprendo così che i migranti sono già in viaggio su una corriera partita da Bologna. Corrono voci. Cinquanta, forse sessanta immigrati clandestini.

Il tam tam mediatico fa il suo lungo corso, snodandosi tra le false notizie, i numeri esagerati, i “se” e i “ma” di chi in realtà non conosce, se non parzialmente, i fatti.

I pescatori escono dalle loro cooperative: sono 36, tutte a conduzione familiare.

Gettano sulla strada che porta alla frazione i bancali usati per depositare le casse di vongole; all’inizio sono 30-40 persone.

La carreggiata non è chiusa, non basta.

Così alla signora X viene un’idea: chiamare qualcuno che non faccia passare questa vicenda sotto silenzio.

L’uomo che risponde a questo identikit è Nicola Lodi, esponente della Lega Nord.

Nel frattempo sono le 21 e a far parte della protesta c’è mezza Gorino: circa 220 manifestanti.

Arriva Lodi, e il primo slogan che urla sceso dalla macchina è:

 «Stop all’invasione».

«Lo straniero non deve passare».

La sua posizione sui migranti, che definisce «diversamente bianchi», è riassunta in uno slogan impresso anche sulle magliette della Lega Nord.

Terroni, a lavorare

«A casa, a calci nel culo».

La protesta funziona, arrivano le televisioni, i migranti vengono dirottati verso altri centri del Ferrarese.

Una vittoria schiacciante!

Già, una vittoria per l’ignoranza.

Dodici donne, dodici madri con i loro figli sono l’invasore.

L’ignoranza ha vinto su tutta la linea, ha creato il mostro cattivo da esorcizzare e di cui avere paura. Perché d’altronde di questo abbiamo bisogno: di un capro espiatorio da sacrificare per mondarci dei nostri peccati.

Sia essa la Crisi, la guerra fredda o l’olio di palma.

Abbiamo bisogno di qualcosa (o qualcuno) contro cui puntare il dito per sentirci in diritto di “essere migliori di”.

Non voglio giudicare la protesta di 220 abitanti di un piccolissimo paese, che probabilmente vive da sempre in un susseguirsi di giorni molto simili tra loro, senza capovolgimenti o grandi rivoluzioni.

La colpa non è loro.

La colpa è del razzismo, di chi ha la memoria troppo corta e dimentica che questi eravamo noi meno di un secolo fa.

Contro i populismi e gli slogan razzisti urlati in un megafono io rimarrò ora e sempre per l’accoglienza.

Accoglienza di persone che non hanno un lavoro, non hanno una casa e vengono in Italia cercando un futuro.

Non migliore, né peggiore. Ma qualcosa che sia semplicemente futuro.

Perché del futuro, chi scappa dalla guerra, molto spesso non sente parlare.

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I benefici economici dell’accoglienza: Perché accogliere?

Il mio racconto sui migrantiInshallah! Se Dio vuole. 

Referendum costituzionale 2016

Referendum costituzionale 2016

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Da qualche settimana sto cercando di capire i “pro” e i “contro” di questa riforma costituzionale; più cerco nei meandri di internet e più mi accorgo di quanto le notizie fornite siano spesso inesatte, fallaci o semplicemente faziose.

Perciò ho deciso di capirne qualcosa di più, analizzando passo passo le varie parti di questa riforma.

 

Sembra che il Paese sia diviso in due schieramenti “Pro Renzi” e “Contro Renzi”, anziché “Pro Riforma costituzionale” e “Contro Riforma Costituzionale”.

La colpa in questo caso è da attribuire allo stesso Matteo Renzi, che inizialmente ha personalizzato troppo il referendum dichiarando che nel caso vincesse il “No” lui lascerebbe la politica.

Successivamente Renzi ha fatto un passo indietro, ma ormai il danno era irrecuperabile. Molti dei suoi avversari politici, e non solo quelli esterni al Partito Democratico (PD), si sono riuniti in un fronte trasversale del “No”, dove l’obiettivo non è di non far approvare il testo della riforma costituzionale quanto di far dimettere Renzi da Presidente del Consiglio.

Ma ora analizziamo bene il testo del Ddl-Boschi.

In primis di cosa parliamo? 

Stiamo parlando della cosiddetta riforma Renzi-Boschi, ossia la proposta di riforma della Costituzione contenuta nel testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento il 12 aprile 2016.

Quando saremo chiamati al voto?

Saremo chiamati alle urne il 4 dicembre 2016.

Da titolo esteso si evince che la riforma si prefigga «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».

Alzi la mano chi ha capito tutto tutto tutto. 

Io, lo ammetto senza nascondermi dietro un dito, non ho afferrato subito ogni singola parte.

Per prima cosa sottolineiamo un fatto, a mio avviso, molto importante: non essendo previsto un quorum di votanti, la riforma entrerà in vigore se il numero dei voti favorevoli sarà superiore al numero dei suffragi contrari, a prescindere dalla partecipazione al voto.

Dobbiamo perciò capire che questa volta l’arma dell’astensionismo non sarà utile, poiché affinché la riforma venga accolta basterà che i “Sì” superino anche di un solo voto i “No” e viceversa.

Il disegno di legge presentato dal Governo Renzi apporta diverse modifiche ai titoli I, II, III, V e VI della seconda parte della Costituzione (in totale 47 articoli su 139), riguardanti il funzionamento delle Camere e l’iter legislativo, le funzioni e la composizione del Senato, l’elezione del Presidente della Repubblica e le modalità di attribuzione della fiducia al Governo. Ulteriori modifiche al titolo I sono relative alle leggi di iniziativa popolari e ai referendum; mentre altre modifiche al titolo III riguardano l’abolizione del CNEL e l’introduzione del principio di trasparenza per la pubblica amministrazione.

Vi sono inoltre numerose modifiche al titolo V, relative in particolare al rapporto tra Stato ed enti locali minori. Alcune modifiche al titolo VI riguardano infine l’elezione dei giudici della Corte costituzionale.

Insomma, nel dettaglio pare che le modifiche siano in buona parte frutto di alcune macro-modifiche, analizziamole nel dettaglio.

  1. Modifica del bicameralismo perfetto;
  2. Elezione del Presidente della Repubblica;
  3. Abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro);
  4. Titolo V della Costituzione e competenze stato/regioni;
  5. Referendum abrogativi e leggi di iniziative popolari.

Ok, andiamo con ordine.

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Partiamo dall’attuale sistema bicamerale: ad oggi in Italia esistono Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate da entrambe le camere.

Anche la fiducia al governo deve essere concessa sia dai deputati sia dai senatori.

Cosa cambia con la riforma?

La Camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo.

Il Senato della Repubblica diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali (si chiamerà senato delle regioni), composto da 100 senatori (invece dei 315 attuali) che non saranno eletti direttamente dai cittadini, poiché 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali.

Di questi 95, ci saranno 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi 95 senatori resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali.

A questi, si aggiungeranno 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica che rimarranno in carica sette anni.

La carica di senatore a vita resta valida solo per i Presidenti emeriti della Repubblica.

Il Senato potrà  esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge (ma la Camera potrà anche non accogliere gli emendamenti). I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e dei giudici della Corte Costituzionale. Ma la funzione principale del Senato sarà quella di esercitare una funzione di raccordo tra lo stato, le regioni e i comuni.

Ma è davvero superato il bicameralismo?

Io ritengo di no, poiché per alcune proposte di legge continua a vigere un procedimento di approvazionebicamerale paritario“, in cui le leggi devono essere approvate, nel medesimo testo, da entrambi i rami del Parlamento.

  • leggi di revisione costituzionale e altre leggi costituzionali, come disciplinate dall’invariato articolo 138;

  • leggi che riguardano l’elezione del Senato e i casi di ineleggibilità e incompatibilità dei senatori;

  • leggi di attuazione di disposizioni costituzionali riguardanti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum e altre forme di consultazione popolare;

  • ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e leggi che stabiliscono le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formulazione e all’attuazione delle politiche comunitarie;

  • leggi sull’ordinamento degli enti territoriali e sui rispettivi rapporti con lo Stato, comprese quindi quelle sulle loro funzioni, sui rispettivi organi costitutivi e sulla legislazione elettorale, sulla concessione di particolari forme di autonomia a regioni e province autonome, nonché sulla loro partecipazione alla formazione e all’attuazione di accordi internazionali e atti normativi comunitari, sull’esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti degli enti locali, sulle attribuzioni patrimoniali agli enti locali, sulle variazioni territoriali delle regioni e sui loro rapporti diretti con stati esteri.

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Elezione del Presidente della Repubblica:

All’elezione del Presidente della Repubblica non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le Camere in seduta comune. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti (fino al quarto scrutinio), poi basteranno i tre quinti. Basterà la maggioranza dei tre quinti dei votanti solo dal settimo scrutinio.

Per quanto riguarda l’elezione dei giudici della Corte costituzionale, i cinque (su quindici) di nomina parlamentare sono eletti separatamente dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, che ne eleggono rispettivamente tre e due, e non più dal Parlamento in seduta comune.

In realtà questa parte della riforma non tocca per via diretta noi cittadini, ma non per questo risulta meno importante.

Si veda che il ruolo del rinnovato Senato risulta essere importante.

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Abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (CNEL):

Il CNEL attualmente è composto da 64 consiglieri ed è un organo ausiliario previsto dalla costituzione che ha una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro.

Ciò significa che viene pagato per dare pareri tecnici di fattibilità o proporre alle Camere delle leggi in materia economica.

Vale la pena sottolineare che questo ente costa ogni anno, in media, 20 milioni di Euro; ma in cosa vengono spesi questi soldi? A tal proposito allego un interessante articolo de Il Sole 24 ORE, che pur sbilanciandosi un poco nei commenti (risultando anche di parte) enumera in spiccioli le voci di spesa di questo ente: Il pensatoio pubblico che Renzi vuole abolire (e che costa 20 milioni di Euro l’anno).

Come in tutte le cose, serve anche qui un poco di buonsenso. A chi urla di tagliare gli sprechi e sarebbe ben felice di cancellare un ente inutile (ma che fino a due giorni fa non conosceva neppure, compreso il sottoscritto) consiglio la lettura di questo articolo: Ecco perché abolire il CNEL sarebbe un errore.

Posto anche il rovescio della medaglia, mostrato da chi invece ritiene assolutamente superfluo questo ente nato nel 1958: CNEL: il principe degli enti inutili.

Cosa ha prodotto il CNEL dal 1958 fino ad oggi?

Complessivamente, nel corso degli oltre cinquant’anni di attività il Consiglio ha elaborato 970 documenti, così raggruppati per tipologia:

  • 96 Pareri;
  • 350 testi di Osservazioni e Proposte;
  • 14 Disegni di legge;
  • 270 Rapporti e Studi;
  • 90 Relazioni;
  • 130 Dossier che raccolgono gli atti di convegni ospitati al CNEL;
  • 20 Protocolli e Collaborazioni istituzionali.

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Titolo V della Costituzione e competenze Stato/regioni

Con la riforma, una ventina di materie non saranno più regolamentate dalle regioni, bensì dallo Stato.

Tra le altre l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, i trasporti e la navigazione, la produzione e la distribuzione dell’energia, le politiche per l’occupazione, la sicurezza sul lavoro e ordinamento delle professioni che tornano alla competenza esclusiva dello Stato.

Analizziamo nello specifico i cambiamenti apportati dal ddl-Boschi.

  • È rimosso dalla Carta costituzionale ogni riferimento alle province, eccetto quelle autonome di Trento e di Bolzano. Ciò rappresenta un nuovo passaggio nel processo di sostituzione di tali enti con le città metropolitane, già inserite in Costituzione con la riforma del 2001. Attenzione quindi! Non scompaiono le province, ma vengono solo sostituite da un nuovo ente dal nome differente!
  • All’articolo 117 è introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia“, che prevede come anche per le materie non di competenza statale, su proposta del Governo, possa intervenire la legge statale «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».
  • All’articolo 122, per gli emolumenti per i componenti degli organi di governo regionali, è introdotto un limite pari a quello dei sindaci dei comuni capoluogo di regione. Altra disposizione concernente i costi dei consigli regionali vieta la corresponsione di rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali.

Per fare un raffronto, si noti che in Italia un sindaco di un comune capoluogo di regione ha mediamente uno stipendio che (senza riduzioni dovuto ad un secondo impiego) si aggira tra un minimo di 4130 Euro ed un massimo di 17800 Euro.
A tal proposito allego un interessante articolo: Quanto guadagna un sindaco in Italia e secondo quali criteri?

Ponendo un tetto si riuscirà a contenere (almeno in parte) i faraonici costi della politica? Auguriamocelo…

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Referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare:

Il quorum che rende valido il risultato di un referendum abrogativo resta sempre del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800’000, invece che 500’000, il quorum sarà ridotto.

Basterà, infatti, che vada a votare il 50 % + 1 dei votanti alle ultime elezioni politiche, non degli aventi diritto.

In un Paese in cui troppo spesso l’astensionismo è il partito di maggioranza, questa modifica rende fondamentale l’affluenza alle urne. Ma risulta essere, ahinoi, un termometro efficace per analizzare la fetta di elettorato attivo di cui l’Italia dispone.

Inoltre, da una parte per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50’000 firme, bensì ne serviranno 150’000, dall’altra viene introdotto il principio che la discussione e la deliberazione in merito ai disegni di legge di iniziativa popolare deve essere garantita, secondo tempi certi, da stabilire nei regolamenti parlamentari.

Sono inoltre introdotti referendum popolari propositivi e d’indirizzo, la cui disciplina è rinviata a una successiva legge d’attuazione.


 

Spero di essere stato quanto più esaustivo possibile e qualora questi dati non vi sembrassero sufficienti al fine di propendere per una o per l’altra scelta democratica, vi lascio una piccola “info-grafica” delle attuali intenzioni di voto nei vari partiti politici.

Molti membri del Partito Democratico hanno dichiarato che voteranno Sì ma, come vedremo di seguito, all’interno del partito c’è anche una fazione schierata contro la riforma costituzionale voluta dal presidente del Consiglio.

In favore del Sì, però, si sono schierati dei politici che fanno parte della squadra di Governo pur non appartenendo al Partito Democratico. È il caso Denis Verdini che in più di un’occasione ha ribadito il suo appoggio non solo alla riforma ma a tutto il Governo Renzi. Verdini inoltre ha lanciato dei comitati in favore del Sì al referendum costituzionale perché, come dichiarato da lui stesso, “avendo alle spalle una storia di centrodestra è importante incidere su quell’elettorato che per 20 anni ha chiesto le riforme, bocciate poi con il referendum del 2006”.

Anche Angelino Alfano, che ad oggi è uno dei principali alleati del Governo Renzi, ha annunciato che voterà Sì al referendum costituzionale. Secondo Alfano, infatti, il testo della riforma costituzionale in diversi punti è in linea con molte delle tradizionali convinzioni costituzionali del Centrodestra.

Flavio Tosi, sindaco di Verona, pur essendo contrario a molte delle politiche del Governo Renzi ha invitato gli elettori a votare Sì. L’ex leghista, in particolare, ha sottolineato l’importanza dell’approvazione della riforma così da mantenere un buon rapporto con i partner stranieri e con la finanza internazionale.

In favore del Sì ci sono anche il viceministro all’Economia Enrico Zanetti, l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini e il Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.

I socialisti italiani, come svelato dal segretario del PSI Riccardo Nencini, il 4 dicembre si schiereranno in favore della riforma Renzi-Boschi.

Tra i personaggi pubblici ha suscitato molte polemiche un’intervista rilasciata da Roberto Benigni a “Le Iene”. Il comico toscano ha dichiarato che se dovesse vincere il No al referendum costituzionale “sarebbe peggio della Brexit” ed è per questo che è importante che gli italiani votino Sì.

Tuttavia, quando Benigni presentava il programma RAI sulla Costituzione intitolato “La cosa più bella del mondo” si professava in favore del No; cosa lo ha spinto a cambiare idea? Benigni a Le Iene si è difeso dicendo che gli stessi costituenti avevano auspicato una riforma della seconda parte della Costituzione, così da migliorarla. Questo è il momento giusto per farlo altrimenti, ha concluso il comico toscano, “non accadrà più”.

Contro la riforma costituzionale, invece, ci sono diversi detrattori di Renzi, alcuni dei quali interni al Partito Democratico. Ad esempio, nelle ultime ore Pierluigi Bersani ha svelato le sue intenzioni di voto per il referendum del 4 dicembre 2016, dichiarando che voterà No. Non è mancata la risposta di Renzi, secondo il quale Bersani ha votato Sì tre volte a questa riforma e se adesso cambierà idea “ognuno si farà la sua opinione”.

Tra le fila del Partito Democratico anche Massimo D’Alema ha dichiarato che voterà No, in quanto si tratta di una riforma “scritta male e praticamente illeggibile”.

Dello schieramento del No fanno parte diverse forze politiche, come Forza Italia guidata da Stefano Parisi e Silvio Berlusconi, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni (“siamo convintamente contrari all’ultima colossale truffa di Renzi”) e la Lega Nord di Matteo Salvini. Il leader del “carroccio” in uno dei suoi ultimi interventi ha fatto riferimento proprio a Benigni che, come abbiamo visto in precedenza, ha cambiato le sue intenzioni di voto sul referendum costituzionale. Salvini, a tal proposito ha dichiarato:

“È importante spiegare agli italiani la truffa di una riforma costituzionale pessima, pasticciata per dirla alla Benigni. Solo che noi siamo più coerenti dei Benigni di turno e arriviamo alle ovvie conclusioni: se la riforma fa schifo votiamo No”.

Per il No anche Gianfranco Fini, Nichi Vendola e Pippo Civati, con quest’ultimo che ha definito la riforma “fatta con i piedi” poiché la composizione del nuovo Senato è “surreale”.

Molti personaggi pubblici nelle ultime settimane si sono schierati contro la riforma costituzionale; tra questi ci sono J-Ax, Sabina Guzzanti, Monica GuerritoreSabrina Ferilli.

Mi auguro che il mio articolo possa aver aiutato qualcuno a diradare le nebbie di questo ddl, mi scuso anzitempo per eventuali errori (di battitura, di forma o di contenuto) e vi invito a contattarmi per una celere correzione.

Ho cercato, in ogni sua parte, di essere neutrale e spero che la mia disanima possa essere utile a chi, come me, non è un esperto in materia giuridica.
Concludo con l’invito di andare a votare, invito che rivolgo a tutti i lettori.

Votate e fatelo in modo coerente, interessato ma soprattutto informato! 

 

Stefano Pasciuti – chi sono


Dell’autore leggi anche Odiosa-menteAcquazzone estivoOde alla luna. o la sua raccolta di scritti:

Inshallah! Se Dio vuole. 

Lui, lei, l’altra. 

L’ultimo passeggero