Il profumo del vento, la terra ghiaiosa che, smossa, accompagna il canto delle cicale, il cielo terso che si macchia di rosso mentre il sole prende licenza dal giorno.

La gente passeggia per la stradina in salita, i pochi bar si affacciano tutti su quest’unica viuzza che si arrocca fin su in cima, la chiesetta di pietre con il tetto in lastre di ardesia torreggia sui passanti e li mette in soggezione.

Io cammino senza meta e passeggio ascoltando i rumori del tramonto: suona la piccola campana del paese, sbattono frenetiche le ali delle rondini che cacciano grida e garriti, ridono ai crocicchi delle strade i rari vecchi che parlano di cose passate.

Supero l’ultimo bar e sono quasi all’albergo, dal balcone di una casa diroccata un calcinaccio cade, smosso dal vento forte. Io lo vedo esplodere a terra in un tripudio di polvere e gesso, qualcuno dietro la casa sta parlando al telefono.

Salgo le scale che mi separano dall’ingresso, i ragazzi all’uscio parlano di cazzate e ridono forte.

Mi saluta una ragazza che ho conosciuto il giorno prima: ha gli occhi neri e lo sguardo tagliente. In un inglese stentato mi chiede se fumo, se voglio fumare con lei o qualcosa di simile.

Sorrido io e sorride lei, non ho capito la domanda anche perché lei ha aggiunto frasi nella sua lingua. In qualsiasi caso rispondo di no, la ringrazio e continuo fin dentro l’albergo.

Dietro di me il sole brucia e il cielo si veste di vampate di fuoco, le rondini si lanciano in danze sfrenate mentre il vento sferza la montagna e tutto ha il sapore d’estate.

La cucina dell’albergo è un vortice di schegge impazzite: un gruppo di coreani schiamazza e taglia verdure ridendo, il proprietario divide la carne con un coltellaccio untissimo e due ragazze spagnole stappano vino che versano in grossi bicchieri scuri.

Io di tutte le persone ne cerco una sola, scavalco i letti, i materassi e gli zaini e vado a cercarla.

La trovo che stappa una bottiglia di vino bianco, non si accorge di me così mi fermo in disparte ad osservare i suoi gesti stanchi ma sapienti.

Amo guardarla e sapere d’esser non visto, lei armeggia febbrile con il cavatappi e cerca il modo più rapido d’aprirlo. Poi si accorge di me e il mio cuore perde un battito quando, sorniona, sorride e mi chiama vicino.

Dall’alto la osservo, lei chinata cerca le ultime cose e poi, insieme, ci nascondiamo con un’amica a bere vino bianco e ridere come scemi.

Il portico rimbomba delle nostre risate mentre il sole muore lentamente dietro la cresta rocciosa dei monti, le rondini ancora danzano e la via del paesino lentamente si riempie di chi, come noi, ha deciso di berci un po’ su.

Basta poco: lo stomaco vuoto non aiuta e il vino di qualità infima inizia a scorrere nelle vene come fuoco.

Tutto gira, il cielo si mette il vestito da sera e lei mi sfiora la mano.

La guardo, l’amica è lontana.

In pochi secondi il cuore inizia il galoppo e sembra voglia uscirmi dal petto, ma l’idillio non dura che qualche secondo. E’ pronta la cena.

Ci alziamo, non con poca fatica, e traballanti arriviamo in sala da pranzo. Assiepati intorno alla lunga tavola in legno di noce sono sedute persone di ogni nazionalità.

Si chiacchiera, si mangia, si ride, si beve. La cena passa veloce e il tempo scorre e rincorre le stelle che iniziano a punteggiare la volta celeste.

Usciamo sfiniti, il vino rosso a tavola ha irrorato le nostre gole, balliamo un valzer di gambe che tremano e cantiamo frasi sconnesse.

Siamo felicemente ubriachi, non troppo: siamo ubriachi di quell’ubriachezza giusta e non molesta, di quella che ti fa fare le cose che vorresti fare e dire le cose che temi dire.

Camminiamo e i gruppetti si dividono nei pochi bar, la musica invade il paesino e il ritmo da balera d’altri tempi fa sciogliere ogni riserva.

Io e lei ci allontaniamo un poco, lei mi dice che deve fare pipì. Sorrido per la sua richiesta, così la accompagno davanti al bar, dove il vento fa schioccare i panni stesi come fossero fruste impazzite.

Il cielo non è ancora scuro, il fresco della sera inizia a serpreggiare per il paese ed ho un brivido quando mi accorgo che lei mi si fa vicino e si lancia verso di me.

Senza che riesca a capire nulla mi trovo abbracciato a lei.

Mi stringe, io la stringo.

Nella testa non sento più un rumore: le grida dei passanti svaniscono e il vento che urla tra i filari bianchi di lenzuola e bucato si zittisce.

Giuro, tutto tace.

Nel mio corpo rimbomba solo la folle corsa dei suoi battiti che si mischiano con i miei, nelle orecchie ho solo il soffio del suo respiro che, rotto e titubante, rotola e s’arresta sul mio collo. Sento il suo profumo, lo sento che mi inebria e l’odore della sua pelle mi ricorda casa mia.

Stiamo immobili abbracciati per quella che sembra un’eternità, poi ci guardiamo negli occhi.

Io capisco in una frazione di secondo che non esiste altro angolo di mondo in cui io voglia stare d’ora in poi.

La bacio.


Il dipinto si intitola “Le baiser“, del pittore francese Carolus-Duran (1868)

 

 

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