Il primo appuntamento: lui

Il primo appuntamento: lui

Dicembre, la strada brulica di gente e le luminarie gettano fioche luci sui volti delle persone.

C’è odore di neve nell’aria, il cielo è pesante e sembra quasi arancione. Io e Sara ci siamo dati appuntamento per le 16:15 al bar vicino al civico 31.

Guardo l’orologio: sono in anticipo, rallento il passo.

Passo di fianco ad un bar e vengo colpito da una folata calda di profumo, stropiccio un sorriso e decido di fermarmi a dare uno sguardo alle paste.

Una in particolare mi cattura: ha una farcitura brillante al cioccolato e al centro torreggia una perfetta e rossissima fragola, tutte le luci si riflettono sulla teca e mi trovo a pensare che forse possa essere finta.

Il barista mi domanda qualcosa, faccio cenno di no e rispondo che sto solo guardando. Mi sorride e si affretta a servire una signora dai capelli neri arruffati dal vento gelido.

Esco senza comprare nulla, il tempo passa ed io inizio ad agitarmi. Potrei ascoltare la musica, cazzo ho dimenticato di scaricare le slides di Filologia.

Lo farò domani.

Esco dal bar e gli occhiali mi si appannano in un nanosecondo, sono cieco e cammino tentoni come un sonnambulo. Li tolgo con un moto di stizza, li avvicino alla sciarpa azzurrina e cerco di fare il possibile per renderli utilizzabili.

Ho perso fin troppo tempo a fare il giro lungo, mi accorgo solo adesso di essere in un ritardo fottuto, perciò allungo il passo.

Ho il fiatone quasi subito, l’aria invernale mi entra nei polmoni e mi prende a pugni il torace.

Gli occhiali hanno ancora gli angoli completamente bianchi e più corro più il mio fiato crea una densa condensa che pare possa prendere il volo e trasformarsi in neve.

Sono le 16:24, come cazzo faccio ad essere in ritardo? Sono uscito mezz’ora prima proprio per evitare una corsa del genere.

Il mio corpo è combattuto, non voglio correre perché so che suderò. Se sudo poi al bar avrò ancora più caldo e gli occhiali non mi torneranno mai normali. Probabilmente la fronte mi si riempirà di sudore e sembrerò in imbarazzo, o magari lei potrà pensare che sono uno di quei timidi che con le ragazze non ci sa fare.

Allora rallento, ma cazzo sono in ritardo cosa rallento a fare? Così trovo un compromesso tra corsa e camminata veloce e proseguo a falcate da centometrista che mettono in seria difficoltà i miei polpacci.

Arrivo a qualche decina di metri dal bar e decido di essere abbastanza vicino da potermi nascondere vicino al portone di una casa per darmi una sistemata.

E’ una di quelle case da ricchi, uno di quelli con l’androne e un parapetto sorretto da colonnine con triglifi e foglie di acanto. E’ la cosa più kitsch che abbia mai visto, ma probabilmente sarà costata una fortuna ed ha un vetro lucido che mi fornisce la possibilità di specchiarmici.

Ho i capelli in aria, la lente destra ha una ditata vistosissima e nella corsa un angolo della camicia è uscito dalla cintura.

Sembro uno scappato di casa.

Mi infilo la camicia nei pantaloni e cerco di sistemare anche la sciarpa, ho un caldo fottuto nonostante la temperatura sia sicuramente sotto lo zero.

Quando decido che tanto meglio di così non posso sembrare, decido di dirigermi verso il bar: attraverso la strada evitando accuratamente una pozza di neve e fango. Il cielo, nel frattempo, si gonfia e qualche timido fiocco danza sbadatamente verso l’asfalto.

Il nostro primo appuntamento, sono un coglione.

Arrivo alla porta, prima di entrare controllo che Sara sia lì: è seduta e sta armeggiando con il cellulare. Sono le 16:37 e sono così in ritardo che mi prenderei a pugni in faccia.

Sembra tranquilla, ha un paio di gambaletti neri di lana e una gonna scura. Il cappotto è dietro di lei e lo riconosco di sfuggita, molla il cellulare sul tavolo e guarda l’orologio, poi guarda verso l’entrata e mi vede.

Negli occhi ha una sciabolata di disappunto, poi mi sorride e mi fa un cenno con l’indice  e il medio. Ha due labbra bellissime.

Mi fermo esitando, la mano tesa verso la maniglia d’ottone. Penso ad una scusa che sia il plausibile.

Respiro profondamente: entro.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Omnia fert aetas

Omnia fert aetas

Sarà che è sera e in casa dormono tutti, sarà che è previsto un temporale per stasera e so quanto tu amassi lampi e tuoni, sarà che ogni tanto ripenso a te.

Omnia fert aetas, il tempo porta via tutte le cose.

Porta via il profumo, porta via la pelle chiara, porta via i ricordi.

La prima volta che ti incontrai, lo ricordo, eri vestita in una maniera che mi parve strana. Non capii subito cosa stonasse, in fondo eri bellissima e avevi due occhi seducenti e senza fine. Ma quando notai la gonna corta in pieno inverno iniziai a ridere.

Risi, poi ti osservai prendere appunti. Primo anno di università, cosa ci facesse una ragazza come te tra quei banchi sporchi e consunti non lo capii mai.

 

Anche tu fai lettere?

 

Te lo chiesi non appena ti accorgesti che ti stavo guardando, rispondesti di no. Mi ricordo che pensai subito che tu fossi un po’ matta.

Iniziai a conoscerti nei giorni successivi, trovandoti fuori dall’aula 433 di Letteratura latina medievale; la prima volta mi aspettasti dicendo che ti ricordavi ti avessi parlato di questa lezione.

Di cosa parlammo quel giorno non ricordo, parlammo quasi di qualsiasi cosa, però sono sicuro che non tirasti mai fuori il cellulare, ricordo che avevi delle scarpe rosse fiammanti e che mi dicesti che fosse il tuo colore preferito.

Ricordo altre parole, confuse, poi corremmo a prendere il gelato vicino al Duomo.

 

Oggi voglio prendere il più costoso che ci sia, lo prendo a 3 gusti con la panna e le noccioline pralinate sopra, me lo merito

Perché?” ti domandai subito.

Perché ho conosciuto te“.

 

Eri strana, eri completamente folle. La prima volta che ti aspettai fuori dalla metro ti aspettai per due ore. Non arrivasti, mi ricordo che per un po’ smisi di risponderti.

Poi un giorno mi mandasti un sms diverso dagli altri.

Sei sempre stata criptica, ricordo con un sorriso quel tuo assurdo e vecchio Motorola con cui digitavi frenetica. Usavi il T9, questa cosa mi fa sorridere anche a distanza di anni.

Mi scrivesti che io ero diventato il tuo primo piede giù dal letto.

E’ così strano riscrivere queste poche parole e ritrovarmi a trattenere le lacrime, nonostante i quasi due anni trascorsi.

Cosa intendi” ti chiesi.

Chissà cosa pensavo quando mi illusi che mi avresti risposto, tu dicevi le cose e poi non dovevi spiegare nulla, stava a me capire.

Ci vedemmo, in quel semestre e in quello successivo, altre decine di volte.

Ogni volta, poco dopo Pioltello, mi vibrava il cellulare. La vibrazione degli sms è più lunga di quella di whatsapp, o almeno così era per il mio cellulare.

Ti riconoscevo da quello, da quello e dal tuo Motorola indistruttibile.

Ma cambialo” ti prendevo in giro io.

E tu ridevi, mi dicevi che quello era il tuo tratto distintivo. La rosa che mostra le spine al mondo dicendo di essere pronta a difendersi, la rosa che non ha bisogno di una teca di cristallo.

Eri innamorata del Piccolo principe e quando dico innamorata dico davvero, risi basito quando mi dicesti che lo trovavi un bel ragazzo.

Ma è il disegno di un bambino, come fai a dire che sia bello?“. Te lo chiedevo con la bocca spalancata e pensandoti pazza, tu ridevi con il tuo sorriso che ti prendeva gli occhi, il naso, la bocca, la fronte e i capelli e mi spingevi una spalla.

 

Anche tu sei bello, anche se non sei un disegno“.

 

Da dicembre iniziammo a vederci solo una volta al mese, di solito il giovedì.

Il giovedì, che era il tuo giorno preferito “Perché il venerdì è scontato, poi il giovedì alle elementari facevamo le gare delle tabelline e io le vincevo sempre” ed era anche il giorno in cui avevo solo due ore.

Io avevo iniziato a frequentare meno, iniziai a lavorare come bagnino e come istruttore di nuoto. Ogni tanto il tuo sms vibrava più a lungo sul mio comodino ed io ti rispondevo sempre ricordando le tue scarpe rosse, la collana con le 200 lire di tua nonna, gli occhi blu pastello.

Blu, me li ricordo.

Giuro, i tuoi occhi erano blu e mai ho visto un blu più blu del tuo.

 

Mia mamma voleva chiamarmi Celeste, ho gli occhi di mio nonno“.

 

Capisco che sia tardi, saranno le cicale che cantano e che mi mettono tristezza, sarà che il cielo promette tempesta e poi rimane cheto, sarà che tu mi hai promesso di farmi vedere Borgo San Dalmazzo e non mi ci hai mai portato.

Saranno tante cose, sarà che al tuo funerale non ci sono venuto.

Sarà che i tuoi sms mi mancano tanto.

Sarà che non ti ho mai detto che ti volevo bene.

Saranno tante cose, ma io non so trovare le parole adatte per dirti che mi manchi; non trovo parole e non le troverò mai.

Per questo dirò, prima di andare a dormire, le parole che mi hai sempre confessato ti facessero ridere.

 

Pompelmo, ascella e soffione.

 

Scusami se non ti ho detto mi manchi, te lo dico ora. Sono quasi due anni che non ci sei più.

 

Ste

 


 

Taspetterò dove ti vidi

quasi per caso

sperando che ancora

tu possa cadermi

tra cuore e sguardo

mentre corri schivando

gli sguardi di tutti:

sul ponte che amo

minnamorai di te

chera quasi primavera

Una telefonata di scuse

Una telefonata di scuse

Il caldo a folate

e il telefono squilla

Pronto

rispondo

e in un solo secondo

mi trovo nel petto

un lungo galoppo

negli occhi un gran pianto

e un poco mi appanno

ché la voce rimane

stretta sul fondo.

/

Volevo

dirti soltanto

 che forse ho sbagliato

 a lasciarti partire,

 vorrei

 che di tutti gli errori

 che spesso ho commesso

 questo qui fosse

il solo a svanire-.

/

Gracchia

mesto il silenzio

dalla cornetta

e non riesco a parlare

ma piango soltanto,

mi strazio la pelle

sentendomi vuoto

ma forse dovrei

dire qualcosa:

Spesso

ho sperato sentirti

ma ora m’accorgo

di non essere pronto

a trovare parole

o giusti discorsi,

sai

son stati dei mesi

di scritti e pensieri

e baci stranieri

per dimenticare

il tuo amaro sapore-.

/

Risponde

soltanto il silenzio

e prendo coraggio

che sai, ce ne vuole

per dirle mi manchi,

così lo raccolgo,

lo appallottolo bene

e lo scaglio lontano

‘sto muto mio orgoglio.

/

Mi siedo

che trema la voce

le gambe

e il pensiero,

lei sente

il mio stare cheto

in bilico e muto

e brucia la voce

mentre mi dice:

Sapessi

quanti occhi castani

ho cercato negli altri

sperando tu fossi

celato tra tutti

tu solo volevo,

ma spesso

ho pensato di amare

soltanto il ricordo

di dove, felice,

 ho amato di stare-.

/

Il caldo sprezzante

si finge indiscreto

soffiandomi in viso

un po’ di colore

e trovo la voce

che avevo perduto

per dire soltanto:

Ok, ti perdono

Storia di un primo bacio

Storia di un primo bacio

Era maggio, c’era un caldo soffocante e il cielo sembrava volesse inghiottirmi nel suo blu dipinto di blu. Nemmeno una nuvola, nemmeno un rivolo di vento, nemmeno una persona.

Sfrecciavo sulla mia bici per le strade di campagna, ogni tanto, per evitare una buca o un sasso particolarmente grande, compivo una qualche evoluzione assolutamente casuale che innalzava uno sciame di polvere impazzita.

Scampoli d’estate non ancora matura mi colpivano a sprazzi e folate calde, passando vicino ad un canale d’irrigazione sentivo il fresco delle acque sfiorarmi con delicatezza.

Ero assolutamente e totalmente felice, mi sentivo senza preoccupazioni e godevo del caldo e del sudore, dello sforzo fisico che mi nobilitava, dei muscoli tesi e dei polpacci brucianti. Apprezzavo il soffio dei miei mantici e il respiro affannoso, correvo per la gioia passeggera e labile di essere vivo.

Motivi per gioire? I baci.

Scartai nella via dietro il granturco non ancora maturo, sfilai vicino ad un casolare abbandonato dove un esercito di ragni tesseva tele brillanti, fui subito al fiume.

Pedalavo con foga, senza musica nelle orecchie che non fosse il frinire delle cicale e il rumore del sole che abbrustoliva la mia fetta di pianura padana.

L’acqua scorreva placidamente, non esisteva alcun motivo di correre al mare prima del tempo.

Rallentai per godermi l’abbraccio dell’ombra, il salice si tuffava nei flutti con verdi sprazzi e scintille.

Scesi dalla bici in un istante, quasi in corsa. Appoggiai la bici a terra, con un po’ di noncuranza, mi avvicinai ancora affannato al nodoso tronco di un albero e mi sedetti abbandonandomi completamente alla frescura dell’erba tenera.

Le cicale avevano smesso di cantare, taceva l’estate: io ero felice.

Poche ore prima della mia folle corse verso l’ozio, stavo dolcemente abbandonato nell’abbraccio di una donna.

Non una donna che fosse una come tante, ma una di quelle che sono come un bel libro in una libreria: non hai motivo per cui essere colpito, ma è un fulmine che cala sullo sguardo e resti cieco.

La vidi un giorno che pioveva, il cielo prometteva tempesta dalle prime luci, ma sembrò reggere per tutto il pomeriggio. Camminavo svelto, conscio di essere fortunato ad arrivare in biblioteca sano e salvo.

A metà strada, dopo la curva che si affaccia sul pergolato, m’imbattei nel suo profumo, dapprima.

Fu il fulmine, e la tempesta s’abbatté su di me e sul mio zaino a tracolla.

Io amo il profumo della pioggia sull’asfalto caldo, è uno dei profumi che più mi sanno coinvolgere, ma ricordo che il suo profumo sovrastava qualsiasi cosa.

Ci volle molto perché si convincesse ad amarmi: non la biasimo, sono difficile da amare.

Passarono forse due stagioni, non ricordo, poi un giorno disse d’amarmi. Non lo fece a parole, lo fece nei gesti spontanei e negli sguardi sorridenti.

Lo disse con la tenerezza sui palmi, lo disegnò sulla mia pelle carezzandomi barba e capelli.

Ma non lo disse con bocca, baci e parole. Pensavo a tutto ciò e mentre lo facevo stavo fermo sul prato e fantasticavo; dopo essermi fermato dalla mia fatica, feci correre il pensiero.

Mai disse d’amarmi, mai prima di quel mattino.

Ricordo che mi svegliai stanco, come spesso mi accade: con la sensazione d’aver camminato per interi universi, in sogno o nel mio letto, chissà.

La sveglia continuava a strillare, la finestra buttava fuoco e calore, la stanza: un forno.

Avevamo appuntamento al bar, per una colazione e due parole prima del suo esame. Alle 8 meno 5 ero fuori dal bar, trafelato e con la bici sotto braccio.

Parlammo e mezz’ora filò veloce, ridemmo e lei stemperò la tensione con qualche cazzata; il tempo mi scivolava dalle mani e, – cazzo, quanto è bella -, pensai.

Uscimmo dal bar della stazione, la voce meccanica gracchiava i suoi fastidiosi ritardi e la folla alzava in coro un mantra di sbuffi ed imprecazioni.

Lei sorrise e mi baciò.

Mi baciò di un bacio che mi disse molte cose senza parlare affatto. Fu come quando piove con il sole e nelle pozze si riflette l’arcobaleno, non riesco a trovare parole migliori di queste.

Quel giorno fu un giorno felice.

Un giorno felice che finì con una corsa nei campi, una felicità che esplose nella libertà effimera di un’estate con gli esami ancora lontani.

Un giorno di maggio, mentre le spighe si fanno d’oro e gli amori nascono e muoiono.

Così, in un bacio.