Racconto d’una notte strana

Racconto d’una notte strana

Mi ricordo della volta in cui conobbi F. perché al bar passavano un pezzo di Lou Reed.

Nel solito buco stavamo rintanati in decine, il pavimento, reso appiccicoso dai drink versati distrattamente dagli avventori ubriachi, era un campo minato.

Avevo chiesto una birra al bancone, al mio fianco un gruppetto di ragazze rideva in modo idiota.

Mi ero sorpreso a pensare di poter attaccar bottone con la più scema delle tre, mi meravigliai della mia faccia tosta.

Dopo dieci minuti mi fu lanciata di sbieco la birra, arrivò in commovente scivolata sul bancone fradicio e consunto: almeno un terzo del liquido era caduto lungo il tragitto.

Mi girai lasciando perdere la mora al bancone, stava parlando di un tizio che conoscevo e che mi era sempre stato sul cazzo.

“Oh, it’s such a perfect day
I’m glad I spent it with you”.

Sopra il cicaleccio e il rumore si alzavano le parole di Lou, e fu subito 1972.

Mi immaginai con i pantaloni lunghi a trascinar per terra la mia zampa d’elefante, mi ricordo di aver pensato di averla già ascoltata o letta comunque da qualche parte.

Odio quando non mi ricordo le cose, pensai.

Uscii un po’ solitario e un po’ presomale salutando un vecchio amico, ci scambiammo il cinque come due adolescenti e ce la raccontammo un po’ su.

Lui era appena tornato da un viaggio in Cile, stupendo.

Ti presento F., mi disse.

Solo in quel momento mi accorsi di una ragazza alle sue spalle, seduta sulla panchina fuori dal pub.

Pantaloni larghi neri, scendevano perfetti adattandosi ad una sagoma che mi ricordava tanto Lianella Carell.

Sembrava uscita da uno dei miei vecchi film, oppure io ero così ubriaco da pensare che fosse così.

Mi ricordo solo che pensai di voler affogare in quei cazzo di occhi neri. Uno sguardo penetrante e sincero, al contempo incredibilmente enigmatico.

F. è italo-algerina, mi disse il mio amico.

Mi ricordai di come si parlasse solo dopo qualche secondo di black-out: lei mi guardò e in pochi istanti mi sentii radiografato, nudo.

Quella sera il mio amico mi offrì una pinta, così io ebbi l’occasione di saperne di più su F.

Suo padre era algerino, si era trasferito in Italia per lavoro e lì aveva conosciuto sua madre Mercedes, una studentessa colombiana in Erasmus.

Si erano innamorati e lei era nata quando ancora sua madre non aveva finito l’università.

Le diedero nome F. in onore di una protagonista di un racconto di Roberto Bolaño, uno scrittore cileno di cui non avevo mai sentito parlare.

Quando il mio amico si alzò e se ne andò mi ritrovai improvvisamente solo con F.

Non sembrava minimamente preoccupata di avermi appena conosciuto, rideva spesso e mi guardava con interesse.

Io ero sudato, il caldo era soffocante e la birra non faceva altro che rendermi ancora più accaldato.

F. mi chiese di uscire a guardare le stelle, lo feci. Appena fummo fuori iniziai subito a sentirmi meglio, cercai con lo sguardo le stelle ma vidi solo una spessa coltre di nubi.

F. non se ne dispiacque, ma continuò a parlarmi della sua vita.

Amava i racconti di Assia Djebar, pseudonimo di una scrittrice algerina. Mi disse che fu la prima donna algerina ammessa, nel 1955, all’Ècole Normale Supèrieure francese. Mi parlò di come partecipò anche alla guerra di liberazione, mentre lo faceva F. continuava a cercare le stelle in una volta che ci ripagava con un vuoto soffocante e senza luce.

Gesticolava poco, ma quando lo faceva le sue mani si muovevano in modo incredibilmente delicato, quasi fossero soffioni sospesi in una giornata di maggio.

Raramente mi guardò, io invece non persi un istante di tutta la sua incredibile e straordinaria storia.

Mi parlava di cose normali, ma per me fu come scoprire da zero come si camminasse: la sentivo parlare e vedevo le parole uscire dalle sue labbra e disegnare racconti, svanire e rinascere come se davvero io non potessi far altro che stare lì, fermo, a godere del suo accento francese.

Sono quasi le tre, mi disse ad un certo punto.

F. si alzò e pensai di doverla salutare, così mi feci un poco cupo. Lei invece si diresse verso il fiume, senza una parola.

La seguii caracollando indeciso, la ghiaia smossa dai nostri passi sembrava far coppia con l’eco del frinire dei grilli nel prato vicino.

L’erba odorosa, mi ricordo, mi parve essere quasi brillante in quella notte così scura.

Hai mai amato qualcuno così tanto da pensare di non saper più cosa sia la banalità? Hai mai pensato di scomparire, così nel nulla? Solo per vedere se chi dice di amarti ti ama davvero. Mi piacerebbe assistere al mio funerale, sai. Sarebbe interessante.-

Finimmo a parlare della morte, della vita dopo la morte, della morte durante la vita.

Mi disse proprio così, mi disse di sentirsi morta.

Trainspotting

Lo dissi dopo un lungo reciproco silenzio.

Gran libro, rispose lei.

Ecco dove avevo sentito la canzone di Lou Reed, nel film tratto dal romanzo di Welsh. Fu una sorta di epifania, leggermente insensata, caotica e offuscata.

Come quella serata, un po’ senza senso.

Alle 5:34 guardai per l’ultima volta l’ora sul cellulare, mentre scorrevo per sbloccare si spense con la batteria ormai a terra.

Non ero né stanco né eccitato, ero semplicemente vivo.

F. mi chiese se volevo aspettare l’alba insieme a lei. Le risposi di sì con un cenno, senza parlare.

Sulla riva del fiume faceva incredibilmente freddo per essere quasi estate, così F. si fece vicina con dei leggeri movimenti. Più si avvicinava più mi accorgevo di quanto fosse bella.

Quella sera fu il quasi bacio più bello della mia vita.

Mi accorsi, mentre aspettavamo insieme il chiarore delle prime luci, di quanto sapessi della F. più intima e di quanto poco sapessi di quella F. in carne ed ossa davanti a me.

Mi domandai la sua età, dove abitasse e mi ritrovai a fantasticare di una lei nuda a mordere labbra non sue; fu abbastanza strano pensarla a studiare in qualche assurdo angolo di mondo, sudando nella calura di qualche aula o biblioteca.

Mi fermai a fissare un mulinello e quando mi voltai verso di lei vidi che mi guardava.

Hai gli occhi verdi, non li avevo notati.

Me lo disse facendosi vicina e socchiudendo un poco gli occhi. Arrivò molto vicino alle mie labbra, poi fu presa da un tremito strano e rise.

Guarda: l’alba-.

Guardai il sole farsi sempre più alto negli occhi neri di lei, uno sguardo che improvvisamente sembrava essere scoppiato di fuoco.

Si alzò lisciandosi il vestito e pulendo dall’erba i pantaloni neri leggeri.

E’ stato bello, mi disse.

Fu solo quando la vidi scomparire dietro l’ultima casa in fondo alla via che mi decisi a smuovermi dal mio immobilismo.

Camminai fino a casa, infilai le chiavi nella serratura e aprii con un click sonoro.

L’ingresso era invaso dal profumo di caffé; dove diavolo eri, chiese mia madre dalla cucina.

Biascicai qualcosa, sedendomi a tavola stravolto.

F. non l’ho mai più rivista, ma ho rivisto “Ladri di biciclette” e ho comprato “Nel cuore della notte algerina” di Assia Djebar.

Non scrissi mai al mio amico per chiedergli di lei.

Lasciai che di lei serbassi il ricordo odoroso di una notte intera passata a cercare le stelle e a rincorrere l’alba.

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Lettera ad un amore mai sbocciato

Lettera ad un amore mai sbocciato

E’ notte, sui coppi rossi del tetto si sente gocciare la pioggia. Sotto le lenzuola ci si sente protetti, caldi, sicuri.

Oggi ho visto un musicista di strada suonare per la primavera, la gente passava ignorandolo ed io restavo rapito. Mentre suonava non riuscivo a far altro che pensare a lei. Oggi è proprio una bella giornata per essere vivi.

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Ti scrivo incosciente

all’una di notte,

non so cosa dire

che fare

e di cosa parlare,

so solo che voglio

farti sapere

che ora ti penso

e nulla ti chiedo

in cambio per questo

ma solo vorrei

che sveglia tu fossi

per dirmi che m’ami.

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Sul treno non parla nessuno, si sente soltanto il rumore del mondo filtrato dai vetri. La campagna scivola verso il catrame prepotente e tutto si fa scuro.

I finestrini sono opachi e sporchi, Baudelaire al mio fianco sta seduto un po’ cupo: mi parla di quanto sian marci i fiori del mondo.

I fiori del male“, mi dice.

Io ieri li amavo i fiori del mondo, ma ora un poco li odio.

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M’ignori.

Davvero lo fai

non fingi neppure

d’avere qualcosa

di meglio da fare,

ché tutto ti piace

io solo escluso:

vino e canzoni

ma non un patetico scemo

che scrive lussurie

che tanto non leggi.

Ma tu glielo dici?

Coscienza, tu taci

che a piangermi addosso

mi sento portato

e quindi io scrivo

queste rade parole

sognando un giorno

di mostrarle ridendo

al me in uno specchio

che guarda a se stesso

non più biasimando

il poco coraggio.

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Sulle sponde del fiume, tra ghiaia e ciottoli, scorre lenta la pace. In silenzio osservo un fiore annegare tra i flutti, svanire tra la spuma e risalire con grazia.

Come la fresia che naviga lenta, io mi sento un coglione ad aver provato a combattere i flutti. Ma alla fine ci penso e risalgo alla luce e so galleggiare.

Mi sorprendo a sorridere di questo destino, perché forse mi piace sentirmi diverso, non cercare di farmi amare, ma vendermi così come sono: merda d’autore.

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Brindo a te che mi sfuggi

e il vino m’inebria:

lo sento bruciare

se tu sola t’avvicini

come l’onda allo scoglio;

lasciva ti sfioro

e scolora la spuma

che già sei lontana.

La riva rimane

sponda distante

e annego i pensieri

sul fondo vermiglio

di questo bicchiere;

mi siedo pensando

al tuo dondolio

e a come mi culla

il farti vicina

e lesta svanire,

ma non ti capisco.

Il vino e la penna,

così canto l’amore

per te che vorrei

saperti di un altro:

sarebbe già meglio

di questo mio limbo.

Ti neghi e non riesco

a capirne il motivo

ma verso parole

e annego riverso

con Bacco al mio fianco.

Che amare, –non credi

sarebbe più dolce

se solo tu fossi

cresta rocciosa

e io muta marea?


Stefano Pasciuti

In copertina: “Automat“, Edward Hopper (1927)

Elegia al mio cane

Elegia al mio cane

Entro in casa furtivo, cerco di aprire la serratura nel più totale ed assoluto silenzio.

Il click scatta secco e nella casa dormiente sembra sia scoppiata una piccola bomba; nessuno pare ravvedersene.

Al piano di sopra chi dormiva continua a farlo, il silenzio è rotto solo dal russare sornione di Kira.

Lascio le chiavi all’ingresso, mi tolgo il cappotto e lo butto insieme alla sciarpa sulla sedia della sala: domani mia madre mi urlerà di sistemare che “non è la mia schiava” e io sbuffando lo farò.

Prima di andare di sopra a dormire, mi inginocchio e carezzo la testa di Kira, lei apre un occhio sonnacchioso e lo richiude dopo avermi guardato.

 


 

In sala è un continuo spostare di sedie, tavoli e stoviglie.

Ognuno si muove come una scheggia impazzita, presa del fremito improvviso dell’imminente arrivo degli ospiti.

Kira è fra i piedi, viene messa momentaneamente in giardino, dal di fuori ci osserva con profondi occhi neri.

Arrivano gli ospiti, con fare vigile e militaresco scatta verso il cancello: orecchie in alto, testa bassa e sguardo sospettoso.
Riconosce i parenti, abbassa la guardia e, prima di salutare noi, gli zii salutano lei.

Baci, convenevoli, “datemi i giubbotti” e lei caracollando felice ci segue in casa, in un turbinio di pelo e lingua a penzoloni.

 


 

Guinzaglio nero, corda corta perché Kira tira come un toro; sull’ascensore arancione di casa aspetta impaziente di annusare qualsiasi centimetro quadrato di mondo.

Finalmente le porte si spalancano e la gara di forza tra di noi può iniziare.

Kira scompare nell’erba alta, annusa ogni cosa, mette in bocca qualsiasi cosa poi è costretta da me a sputarla, come una talpa corre cieca per le sterpaglie del parchetto e quando ne riemerge ha il muso ricoperto di pollini, spighe e schifezze di ogni tipo.

La guardo e rido, lei in un vortice si scrolla di dosso ogni scoria.

Non abbaia mai, la prima volta che lo fece fu solo dopo mesi: aveva visto un gatto nero correre come un fulmine da una parte all’altra del giardino.

Con gli anni cambiò obiettivo più volte: scoiattoli, api, uccellini, autobus, camion e qualsiasi cosa facesse un qualsivoglia rumore.

Dopo aver abbaiato aveva sempre lo stesso sguardo, ci guardava come a dire: “Ehi, hai visto come ti proteggo da quelle api cattive?“.

 


 

Nevica.

Io e Franci siamo esaltati, la neve è bellissima. La neve vuol dire cazzeggiare in giardino, tirarsi montagne di neve addosso, saltare scuola.

La neve vuol dire anche portare Kira a giocare con i fiocchi.

Scendiamo insieme, ci accompagna anche mamma. Kira parte come un fulmine appena viene liberata, si lancia ad annusare questa cosa bianca e fredda. Appena la riconosce impazzisce di gioia: si slancia di muso nella neve fresca e scava lunghi solchi come fosse una foca.

Noi ridiamo e lei è il ritratto della felicità mentre scorrazza libera per il giardino. Da lontano vede noi tirarci palle di neve, così torna e si accuccia per essere accarezzata.

Lo fa, dura un secondo, ma la neve è troppo bella e lei la vuole calpestare tutta quanta, perciò riparte come un bolide.

 


 

Francesca mi chiama in camera sua e mi urla di stare attento, di chiudere la porta.

Entro e la trovo a terra, sul parquet di camera sua, mentre con una mano spinge una ciotolina piena di latte sotto la scrivania di legno scuro.

Trovo finalmente l’oggetto di tante attenzioni: un gatto.

Per un po’ in famiglia si decide di rimandare l’incontro, ma una sera papà decide di prendere la micia in braccio e di farla conoscere a Kira.

Il gatto subito soffia come un ossesso, Kira invece annusa con calma e accenna uno scondinzolio.

Nei giorni successivi abbaiò solo un paio di volte, soprattutto quando il gatto cercò di mangiare dalla sua ciotola.

Dopo anni lei continua a mangiare nella ciotola di Kira, di ringhi nemmeno l’ombra.

Non potrò mai dire se “fossero diventati amici”, sicuramente Kira era troppo buona per odiare qualsivoglia forma di vita.

A parte le api, le api le odiava con tutto il suo pelo.

 


 

Esco di casa, dopo 8 anni insieme e due case diverse.

Chiudo le persiane, controllo che ci sia acqua per il cane e mi blocco.

La ciotola rimane lì, la sua cuccia rimane lì, le sue buche in giardino rimangono lì.

Solo Kira non c’è più.

Esco, chiudo la porta dietro di me.

Siamo soli, Kira non c’è più.

 

 

Avevo un cane. O meglio, un muso a quattro zampe. Un piccolo ricettacolo di proiezioni antropomorfiche. Un compagno fedele. Una coda che batteva il tempo al ritmo delle sue emozioni. Un canguro sovreccitato nei momenti piacevoli della giornata. Un cane, insomma.