C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo

C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo

Come si può dire di conoscere veramente una persona?

Ogni tanto Alessandro si pone questo interrogativo e si sorprende delle miriadi di risposte che riesce a trovare.

Dei suoi amici lui conosce l’odore, il colore dei capelli e il neo sulla guancia sinistra di Marta.

Si ricorda anche di quella volta in cui Fabio era stato male per i peperoni e così si scoprì la sua allergia, di Giulia conosce il carattere estroverso e la sua risata saprebbe riconoscerla fra milioni.

Ogni tanto, quando esce il sabato sera, si trova a passeggiare per i tavoli del bar di paese, il solito da anni ormai, e nel chiacchiericcio generale basta anche un sussurro di Matteo per girarsi e subito trovarlo.

Per questo Alessandro è rimasto spiazzato dal coming out di Francesca.

Di lei, da anni, lui conosce ogni più segreto particolare, da quando in quinta elementare le aveva chiesto di diventare la sua fidanzata.

Si erano sposati sotto lo scivolo giallo in cortile, lui le aveva regalato un mazzo di margherite, in realtà un mazzetto nemmeno troppo bello e folto, ma il pensiero era già qualcosa.

In seconda media avevano litigato e per un po’ smisero di salutarsi, i primi ormoni riavvicinarono i due ma solo per qualche bacio umido ed inesperto sotto l’androne delle scale.

Poi Alessandro si trasferì qualche via più in là, non erano che 500 metri di distanza, ma fu come se le loro strade si fossero ormai separate, viaggiando su binari paralleli destinati a scorgersi ed osservarsi ogni giorno, senza mai trovarsi uniti.

Crebbero, lui di lei conobbe il corpo così sensuale, il seno nascosto a stento sotto magliette provocanti, lei di lui conobbe la passione per la musica ed ogni volta era uno sguardo attento ed emozionato quando lui si esibiva in postacci tristi, pieni di gente più interessata a non vomitare per terra per l’alcool che non ad ascoltare le sue canzoni d’amore.

Lui di lei conosceva la sua paura della morte, lei di lui conosceva il terrore delle altezze.

Si poteva dire che fossero inseparabili.

Ma se si conoscessero davvero, questo resta un mistero a cui Alessandro non trova risposta.

Tredici anni di ricordi, di ore interminabili spese a rincorrersi in cortile, di esperimenti culinari con fango e foglie di gelso a casa di nonna Maria, di baci casti ed altri ben più maliziosi, di lacrime per i giudizi delle persone, per la gioia di un diploma.

Sono gay

Francesca lo disse un giorno che pioveva, erano andati insieme alla festa della birra, sotto il tendone suonava una band triste ma loro due erano felici di mangiare patatine stra unte e bere caraffe di birra annacquata a 10 euro al litro.

Lo disse quando lui, dopo averci pensato attentamente, ebbe il coraggio di dichiararsi davanti alla portiera della Peugeot grigia di lei.

Il cielo nero era reso innaturalmente arancione dalla luce dei lampioni e la pioggia cadeva battente con una forza incredibile, spazzava via le foglie dall’asfalto e colpiva tutto con veemenza.

Alessandro non aveva capito, gay, cosa vuol dire? In che senso, che scusa è? Se lei non lo amava avrebbe potuto dire qualsiasi cosa. Gay nel senso di lesbica? Nel senso che lei amava le donne? O che preferisse le donne a lui, qualsiasi donna a lui, qualsiasi persona a lui?

Non ebbe la lucidità di chiederle nulla, lui aprì la portiera sovrappensiero e entrò fracidio in auto.

Lei, con calma titanica, entrò e mise in moto: i vetri in pochi secondi si coprirono di uno spesso strato di umidità.

Fu in quell’istante che sul lato del passeggero si iniziò a notare uno scarabocchio: fu come per un archeologo soffiare su un antico mosaico, spazzare via il velo di polvere per capire finalmente il senso del disegno.

Il vetro appannato era ancora velato da una scritta che riemergeva per l’umidità, un “ti amo” scarabocchiato e firmato da una certa Greta.

Greta.

Un nome di donna che svaniva in pochi istanti, mentre la Peugeot di Francesca iniziava ad arrancare lungo la strada: l’aria calda al massimo sparata come da un mantice.

Alessandro non disse una sola parola, non disse nulla.

Capì solo in quel tragitto, durato poco più di quindici minuti, tutte quelle cose che di Francesca lui non aveva mai capito.

Capì perchè si era rifiutata, quella volta al mare, di fare l’amore con lui; capì perché spesso trovava nelle amiche di Ale alcuni dettagli che lui non notava e li faceva emergere, li descriveva con un sorriso sulle labbra, un sorriso che lui trovava estremamente sexy, ma che in realtà non era mai rivolto a lui.

Capì perché odiava quando con i suoi amici si sfotteva usando “frocio” come fosse un insulto, capì perché lei era così incredibilmente sensibile, capì perché pianse quella volta in cui andarono a trovare Fabrizio in ospedale, la volta in cui lui sul suo comodino aveva una sola foto: quella con Marco.

Alessandro capì solo in quel momento quanto lui potesse essere stato stupido, quanto lui potesse essere stato superficiale e ingenuo nell’ignorare l’enorme dolore di Fabrizio quel giorno.

E lo stesso dolore lo ignorò per anni sul volto della sua amica Francesca, ignorò il sorriso triste di lei quando sua mamma Silvia le diceva ammiccante “vedrai che prima o poi ti sposerai con Alessandro” e lei sorrideva, e sorrideva, e sorrideva e sorrideva.

E dentro piangeva, in camera sua piangeva, la volta in cui in quel locale gay conobbe Sonia e fece per la prima volta sesso, pianse quando si accorse di quello che aveva fatto, di come l’aveva usata solo per provare a sé stessa ciò che da anni sapeva.

Rideva e dentro moriva quando accompagnava le sue amiche per negozi, odiando quegli stupidi discorsi, sempre a parlare di sesso, di ragazzi e di cazzate.

Rideva e Alessandro davvero non capiva, non capiva nulla e nessuno capiva nulla, nessuno la capiva.

Poi un giorno, all’improvviso come per tutte le cose belle, conobbe Greta.

Iniziò a ridere, rideva sul serio, felice. Era capita, era amata e amava e capiva.

Il viaggio in macchina, sulla Peugeot grigia di Francesca, finì a casa di Alessandro, a 500 metri dal loro vecchio cortile dove ancora lei viveva.

Lui non disse nulla, si girò solo a guardarla.

La guardò e per la prima volta smise di vedere e basta, ma iniziò a guardare davvero.

“Scusami se sono stato tanto stupido da credere di conoscerti senza mai chiederti se ti conoscessi davvero!”

Il 4 agosto, all’una di notte e 23 minuti, in mezzo ad una strada bagnata, alla fine di un lungo temporale, Alessandro iniziò davvero a conoscere Francesca.

 

Stefano Pasciuti


 

Il titolo è tratto da una canzone di Fabrizio De André: Il bombarolo – F. De André

Se volete conoscere altri miei brani o poesie:

Portami lontano

Ricordi d’un vecchio

Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte

In vino veritas


 

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Portami lontano

Portami lontano

Portami lontano dalle mie poesie

e fammi oziare su campi scoscesi,

troviamo ristoro in piazze famose

coi turisti assiepati a carpirne la storia

e noi che ce ne freghiamo

del Bernini, dei marmi e di tutto;

e allora baciami, dove la gente

ci possa vedere e ci additino

le donne con il velo

e baciami ancora.

/

Rubiamo la scena

al silenzio del deserto,

fatti trascinare controvoglia

per mercati odorosi di spezie

e facciamo stupidi inchini

alla gente per strada,

strappami di mano la mappa,

buttala sul sagrato zuppo

e baciami sotto la pioggia che frusta.

/

Tuffiamoci insieme ai morti

e gioiamo d’esser vivi nel Gange,

baciami in faccia al dolore degli altri

sul Muro del pianto ridiamo

e fammi dimenticare i vestiti,

facciamo l’amore nei campi, ovunque.

/

Portami nei tuoi segreti più intimi

e baciami maliziosa nelle chiese

 facciamoci cacciare

dagli angoli segreti dei musei

tra reperti stantii e polverosi;

consumiamoci le labbra nei baci

e facciamo l’amore per strada

ansimando nei vicoli romani

oscillando innamorati in un’auto

dai vetri appannati e scuri.

/

Stingiamoci sotto i portici

dai coppi rossastri,

perdiamoci in San Pietro gremita

e fammi sperimentare

il muto terrore d’averti persa,

fammi gridare il tuo nome

nel silenzio dell’Angelus;

ma tu riderai nascosta

dietro una colonna possente

ed io riconoscerò quella risata,

voltandomi scorgerò te sola

e in mezzo a tutta la gente

sarà come la prima volta

e t’amerò da capo.

/

Stringimi al freddo di Mosca

e morditi le labbra pensierosa

mentre si posa la prima neve

sui bruniti tetti di Riga

e fuggiamo, ridendo stupidamente

inseguendo il caldo senza meta,

baciami in carrozze semi-vuote

su treni corrosi dal passo lento

e facciamo l’amore mentre tutti dormono

urla se vuoi, fatti sentire

sui monti insensibili

che ci donano l’eco profondo

di noi e del nostro amarci

demodé e un po’ naïf.

/

Fatti trascinare sui ghiacci del Nord

e baciami lussuriosa infine

mostrando la gola al riso

e sotto l’aurora boreale confessami

che di tutti i luoghi vissuti

tu ancora preferisci fra tanti

il mio abbraccio solamente.

Portami ovunque, se vorrai;

tienimi sempre con te.

Stefano Pasciuti