Ricordi d’un vecchio

Ricordi d’un vecchio

La stanza risuona

di echi lontani,

orba di storie dimentiche,

ma il pulviscolo si posa

delicato a decretare

l’oblio del giorno sottile.


Analisi

Il bello di una poesia sta nella sua cripticità, ma questa la voglio spiegare perché il suo valore è troppo elevato per me.

L’immagine è semplice: un anziano e il suo sguardo vacuo che sembrano essere emblema di un essere senza pensiero, immusonito, stupido e fragile.

Quante volte guardando un anziano e la sua malattia senescente ci troviamo a pensare che sia al pari di un bambino, ma piegato dagli anni e con i giorni contati?
Eppure l’anziano pensa, sogna, tenta di ricordare. Specie un individuo macchiato dall’Alzheimer.

La stanza è il pensiero, che invano cerca di afferrare dei ricordi nebulosi, appunto degli echi lontani.

Echi che sono sia  i nomi dei nipoti,  sia il giorno del matrimonio, sia la filastrocca imparata da bambino.

Dettagli, alle volte banali e trascurabili, che tuttavia incredibilmente riemergono dal miasma della vita vissuta prendendo il posto di cose più assurdamente banali, come l’età o l’anno di nascita.

E il pensiero (la stanza appunto) è appannata e cieca, orba di ricordi che cerca di riacciuffare ma che non sono che inafferrabili memorie.

Il ma del IV verso, in fortissima posizione avversativa e di cesura, sottolinea l’impossibilità di ricordare, che porta l’anziano a smettere di provare e tornare al suo sguardo vacuo, in attesa di un nuovo barlume di ricordo, di una nuova eco lontana.
Davanti a questo moto di mite rassegnazione, un velo di polvere (il pulviscolo, appunto) si posa in un punto imprecisato della stanza.

Si posa la polvere sulle cose non usate, sulla stanza, sulla memoria, su qualcosa di vecchio e che verrà (ed ecco il senso della metafora) dimenticato.

Dimenticato come l’anziano, non più portatore sano dei propri ricordi, dimenticato come un vecchio arnese in cantina su cui si posa un abbondante strato di detriti.
Ad ogni ricordo che muore corrisponde un pulviscolo che va a posarsi sulla sempre più vuota stanza dei ricordi.

Finché essa non sarà completamente vuota.

E’ proprio questo il senso della poesia, racchiuso nell’ultimo verso: “l’oblio del giorno sottile“, la vita che si assottiglia e si fa via via più effimera.

Logora, usurata, come un drappo che sta per strapparsi, la vita del vecchio è gravata dal non ricordare, il pulviscolo diventa roccia, frana, valanga che distrugge tutta la mente. Alla fine, perciò, non rimane che l’oblio, il nulla, la fine.

Stefano Pasciuti

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Elegia del risveglio

Elegia del risveglio

Mi sveglio lentamente, i muscoli intorpiditi tentennano mentre gli occhi faticosamente si aprono e lo sguardo fa capolino nella penombra della stanza.
Soliti oggetti, solita casa, soliti contorni.
Scendo dal letto, cerco a memoria le pantofole gelate.
Mi trascino come un automa fuori dalla stanza, non cerco la luce: conosco la strada.
Arrivo alle scale, con il tatto mi aiuto a riscoprire le mie facoltà fisiche; la pigrizia non mi aiuta, l’interruttore é a trenta centimetri da me.
Troppi.
Arrivo in cucina e la tavola mi ricorda che in questa casa non vivo solo.
Permane nell’aria il profumo del caffellatte, sulla tovaglia una costellazione di briciole mi guida fino alla via lattea Granarolo.
Apro il frigo, manca il cartone del latte; dannazione.
Percorso a ritroso, si torna alle scale e questa volta si scende.
Buio che s’infittisce, percorso tentoni. La luce dov’é?
Arrivo in dispensa con gli occhi chiusi, prendo l’ultimo litro di latte e torno su.
Con un familiare “click” accendo il fuoco dai contorni azzurrini, unica fonte di luce nella stanza.
Provo piacere a muovermi in questa penombra.
Il latte borbotta sul fuoco, grigiastre volute di vapore si arricciano quando controllo la temperatura.
-Cazzo, la panna!-
L’ho lasciato su troppo, pazienza.
Immergo i biscotti distrattamente mentre rifletto sul nulla, sul tutto, sulle cose futili e su quelle importanti.
So che tra poco dovrò aprire le persiane, farmi investire dalla luce, dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, piccole o grandi.
Per questo amo restare al buio, anche poco più a lungo.
Fare la doccia al buio, lavarmi i denti nella penombra.
Mi aiuta ad allungare il sonno, a fingere di poter ancora sognare; come quando, già sveglio, resto ad occhi chiusi nel letto, sperando che il sonno ritorni.
So che non torna, però resto lì.

Ho finito il latte, mi alzo e getto tutto alla rinfusa nel lavandino.
Pulirò dopo, quando sarà giorno.
Sbuffo.
Mi alzo e apro le persiane: é giorno.
Sbuffo.
Torno al lavandino e inizio a pulire, la luce invade la stanza.


 

In foto:  Samuel Beckett, Boulevard St Jacques, Paris, 1985    [Leggi di più]

 

Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte

Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte

Sei bella mentre sorseggi il tuo vino,

il rossore ti prende, -fa caldo, non trovi?-

e la musica attutisce i silenzi

spalanchi gli occhi e ancora altro vino.

/

Mi alzo e ti seguo, percorso sfocato,

è bello avere la testa che gira,

la stanza, il balcone, un vortice:

è bello che mi chiedi se fumo, sai che lo odio

ma lo chiedi soltanto per avermi con te.

/

Sei bella, le tre di notte: un altro bicchiere

-l’ultimo, giuro- e fuori fa freddo,

dentro si muore e qui siamo soli

su questo balcone, sarà solo un caso,

ma siamo da soli a guardarci negli occhi.

/

Ti accendi una voglia, aspiri per bene

e guardi il fumo salire, il vino cantare

e fuori siam soli, le 4 di notte;

sei bella davvero.