In vino veritas

In vino veritas

Seduto sul suo letto, tra le lenzuola smosse dalla recente notte, giace abbandonato il cellulare.

Matteo sa di averla combinata grossa.

E’ immobile a fissare il nulla, in un punto imprecisato tra la mensola zeppa di libri e l’armadio. Saranno quasi dieci minuti che è così.

“Ma come cazzo è potuto succedere?”

Con la mente prova a tornare alla sera prima.

Erano le due, lui ed Asia fuori dal solito pub ormai quasi in chiusura; un paio di frasi un po’ spinte, qualche sguardo languido.

A ben pensarci non ricordava di averci provato particolarmente; delle birre si ricorda, però.

Saranno state 4 durante tutta la serata.

Si alza, finalmente, e si dirige verso il corridoio: sul mobiletto, in mezzo agli scontrini, c’è il suo portafogli; lo apre.

“Cazzo, ma quanti soldi ho speso?”

Con un moto di stizza Matteo fa per lanciare il portafogli. Poi ci ripensa e torna in camera da letto, abbandonandosi pesantemente sul materasso.

Le lenzuola odorano di sudore misto a profumo.

“Porca puttana, porca puttana ora che cazzo faccio?”

Un respiro profondo, decide di farsi una doccia.

Si alza di slancio, le mani alla testa come a potersi strappare dai ricordi la notte appena trascorsa.

Nell’alzarsi urta involontariamente il comodino, lanciando un paio di imprecazioni.

E’ ormai in doccia da un paio di minuti quando il portafoto, smosso dal precedente colpo, si smuove dalla sua posizione di instabile dondolio e crolla inesorabilmente a terra.

Il vetro si rompe con fracasso e dal portafoto scivola un’istantanea.

Da terra, un Matteo visibilmente più abbronzato fissa il soffitto della camera al fianco della fidanzata.

“Come cazzo è potuto succedere?”

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Born in the U.S.A.

Born in the U.S.A.

I commenti dell’etere mediatico si sono sprecati sull’evento del momento.

D’altronde funziona così, il moto ondoso dei social ci porta un’onda di novità, tutti ne siamo travolti e sopraffatti. Ma quando si ritira la marea restiamo inebetiti a guardarci intorno, aspettando con trepidante attesa la prossima onda di novità che potrà seppellirci.

Funziona così, da sempre.

E’ successo per eventi più o meno “storici”, abbiamo quelli che ci riguardano da vicino (Amatrice, Gorino, il referendum) e ne abbiamo altri che sembrano non toccarci né lambirci in alcun modo, eppure sono più vicini di quanto sembri.

Era così per gli attentati di Parigi, è così per la Siria, era così per la crisi in Crimea ed è così per l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

La nazione a stelle e strisce è stata chiamata alle urne ed ha risposto presente con un’affluenza record: 200 milioni di cittadini si sono registrati per votare.

Il risultato delle votazioni ha sancito la vittoria di Donald Trump che si insedierà alla Casa Bianca insieme alla moglie, Melania, il 20 gennaio del 2017, giurando nelle mani del presidente della Corte Suprema con la stessa formula usata da George Washington (il primo presidente della storia americana) nel 1789. Il suo mandato durerà 4 anni, al termine dei quali potrà essere rieletto una seconda volta.

I media ci hanno bombardato, in queste settimane, di considerazioni, analisi, previsioni e dichiarazioni. Ogni personaggio di rilievo, in patria, ha ritenuto opportuno esporsi per l’uno o per l’altro candidato.

E’ da sottolineare come la stragrande maggioranza di VIP si sia detta a favore dell’elezione di Hillary Clinton, l’altra pretendente alla presidenza; inoltre mi preme sottolineare come la maggior parte delle analisi e delle previsioni abbiano sbagliato, dando come certa l’elezione di quest’ultima a scapito di Trump.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di analizzare quali sono i metodi di elezione del presidente USA.

Le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America sono una procedura elettorale con la quale vengono eletti il presidente e il vicepresidente di tale repubblica federale per un mandato di quattro anni che inizia il 20 gennaio (detto pertanto Inauguration Day) dell’anno successivo a quello delle elezioni.

Le elezioni si svolgono nel cosiddetto Giorno dell’Elezione (Election Day), che ricorre il martedì successivo al primo lunedì di novembre di ogni quattro anni, questo per evitare che il giorno delle elezioni cada il 1º novembre, che è un giorno festivo.

Concretamente, l’elezione viene effettuata con un metodo indiretto: i cittadini scelgono, con metodi stabiliti dai singoli stati federali, gli elettori che formano il Collegio elettorale degli Stati Uniti (United States Electoral College). Gli elettori possono assegnare il proprio voto a chiunque, tuttavia, salvo rare eccezioni, votano i candidati designati e le loro preferenze vengono confermate dal Congresso agli inizi di gennaio.

In pratica, ognuno dei 50 stati ha espresso un numero di grandi elettori proporzionale alla popolazione; per conquistare la Casa Bianca, ne servivano 270.

Vale la pena sottolineare, quindi, come sia possibile che il candidato perdente totalizzi un numero di voti superiori, in termini assoluti, a quelli del candidato vincente, risultando comunque sconfitto.

Di seguito vi propongo una classifica che tiene conto sia dei voti popolari, che di quelli dei grandi elettori (l’asterisco indica che il candidato è stato eletto):

  1. Obama 2008* (69.498.516 voti – 365 grandi elettori)
  2. Obama 2012* (65.915.795 voti – 332 grandi elettori)
  3. Bush 2004* (62.040.610 voti – 286 grandi elettori)
  4. Romney 2012 (60.933.504 voti – 206 grandi elettori)
  5. McCain 2008 (59.948.323 voti – 173 grandi elettori)
  6. Clinton 2016 (59.814.018 voti – 232 grandi elettori)
  7. Trump 2016* (59.611.678 voti – 306 grandi elettori)
  8. Kerry 2004 (59.028.444 voti – 251 grandi elettori)
  9. Gore 2000 (50.999.897 voti – 266 grandi elettori)
  10. Bush 2000* (50.456.002 voti – 271 grandi elettori)

Grande importanza, come si nota, hanno avuto le suddivisioni interne dei singoli stati e le vittorie in quelli ritenuti crociali.

Di cosa si parla? Dei cosiddetti swing state.

Gli occhi degli analisti sono stati puntati sui cosiddetti stati in bilico, quelli in cui l’elettorato è mutevole. Sono questi che hanno deciso il probabile (e inaspettato) trionfo di Donald Trump, che si è già aggiudicato Florida, North Carolina e Ohio. A Hillary Clinton, Virginia e Colorado.

Come ribadito sopra, gran parte delle celebrities si sono dette a favore di Hillary Clinton, basti pensare a Madonna, Katy Perry, Beyoncé, Lena Dunham e  Lady Gaga, oltre a ricevere gli endorsement della stampa Usa (tra cui New York Times, Los Angeles Times, The New Yorker Vogue).

Per questo si parla di vittoria “insperata” o quantomeno non pronosticata; buona parte dei sondaggisti davano la vittoria “in rosa” come molto quotata, se non addirittura certa.

Una volta chiarito come si svolga l’elezione del presidente e del vicepresidente USA, cerchiamo di analizzare le due figure che si sono contrapposte, con un occhio di riguardo al significato di repubblicano e democratico.

Tradizionalmente, anche se non è sempre così, a fronteggiarsi alle elezioni presidenziali, sono i due partiti maggioritari: il Partito Repubblicano (Republican Party), popolarmente noto come GOP (acronimo di Grand Old Party) e il Partito Democratico (Democratic Party).

Inizierei la mia analisi dal fronte che si è aggiudicato le votazioni, ossia quello guidato da Donald Trump.

Il Partito Repubblicano venne fondato nel 1854 per contrastare la temuta espansione nell’Ovest del sistema schiavistico degli Stati del Sud. Nel contesto politico statunitense, il Partito Repubblicano è considerato come il partito conservatore, in contrapposizione al Partito Democratico, che è invece un partito progressista ed ispirato al liberalismo statunitense. Ma non è stato sempre così.

Inizialmente era considerato un partito più “liberali”, ma fu dalla presidenza Eisenhower, in un clima di Guerra fredda caratterizzato dall’intensificarsi dell’anticomunismo e dalla presa di distanza dalla politica statalista del New Deal, che il partito assunse definitivamente la fisionomia conservatrice attuale.

Il simbolo tradizionale è il cosiddetto “Elefantino” con i colori statunitensi.

Nonostante posizioni a volte discordanti, il partito esprime una linea sostanzialmente unitaria. I suoi valori rispecchiano una coerente e variegata impostazione conservatrice, riconducibile alle sue fazioni.

In ambito economico riscontriamo la consapevolezza che il libero mercato, la libertà d’impresa e la de-regolazione siano gli unici fondamenti per una vera prosperità economica.

Alcuni suoi autorevoli membri, fra i quali Paul Ryan, speaker della Camera dei rappresentanti, propongono inoltre l’abolizione delle tasse sul guadagno in conto capitale, quella riguardante l’imposta sul reddito delle società e la privatizzazione di Medicare (assicurazione medica).

Le opinioni in materia di matrimoni omosessuali, aborto, eutanasia e antiproibizionismo riflettono naturalmente un’impostazione di destra e attenta alle ragioni di varie associazioni cristiane.

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Il Partito Repubblicano è fronteggiato, in posizioni alle volte diametralmente opposte, dal Partito Democratico.

Il Partito Democratico (Democratic Party) ha origine dal Partito Democratico-Repubblicano, fondato da Thomas Jefferson, James Madison ed altri influenti anti-federalisti nel 1712. È il più antico partito politico del mondo. Dopo la spaccatura del Partito Democratico-Repubblicano nel 1828, si è posizionato a sinistra del Partito Repubblicano nelle questioni economiche e sociali. Fino agli anni sessanta, molti democratici del sud erano ancora favorevoli alla segregazione razziale.

La filosofia attivista a favore della classe lavoratrice di Franklin D. Roosevelt chiamata “liberalismo” negli Stati Uniti (in realtà simile, per alcuni aspetti, al liberalismo sociale) ha rappresentato gran parte del programma del partito sin dal 1932. La coalizione del New Deal di Roosevelt controllò spesso il governo nazionale fino al 1964. Il movimento per i diritti civili degli anni 1960, approvato dal partito, gli fece perdere parte dei consensi negli Stati del sud.

Il simbolo tradizionale è il cosiddetto “Asinello” con i colori americani.

Dal 20 gennaio 2009 al 9 Novembre 2016 Barack Obama è stato il 44º presidente degli Stati Uniti d’America.

Tuttavia, negli ultimi anni, a causa dell’impopolarità della riforma sanitaria, rinominata Obamacare dai Republicans, e di altre contestate misure economiche prese dell’Amministrazione Obama, i Democratici persero nel 2010 la maggioranza parlamentare alla Camera dei Rappresentanti, ma non quella del Senato: la situazione rimase pressoché simile anche nelle elezioni congressuali del 2012.

In termini numerici, dal 2009 ad oggi, le perdite sono le seguenti: 12 seggi di Governatori persi, 69 seggi alla Camera dei Rappresentanti, 14 seggi al Senato, 910 seggi persi alle legislature statali.

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Dopo aver analizzato il sistema (sostanzialmente) bipartitico statunitense, voglio soffermarmi sulle figure che sono emerse da questo scontro: Donald Trump (repubblicano e nuovo presidente USA) e la candidata democratica Hillary Clinton

Chi sono i due candidati alla Casa Bianca?

Partiamo dagli sconfitti, chi è Hillary Clinton?

Hillary Diane Rodham Clinton nata Hillary Diane Rodham nasce a Chicago il 26 ottobre del 1947 ed è una politica statunitense del Partito Democratico.

Prima di intraprendere l’attività politica, ha esercitato la professione di avvocato e docente di diritto penale, diventando la prima donna a essere ammessa come socio nel «Rose Law Firm», uno degli studi legali più antichi degli Stati Uniti; ha inoltre fatto parte dei consigli d’amministrazione delle multinazionali Walmart e Lafarge.

È sposata con Bill Clinton dal 1975, quarantaduesimo presidente, a seguito del quale è stata first lady dal 1993 al 2001. Successivamente prestò servizio per otto anni come senatrice in rappresentanza dello Stato di New York (2001-2009), venendo eletta per il suo primo mandato mentre era ancora first lady e diventando quindi la prima moglie di un presidente a ricoprire una carica elettiva. Durante la sua permanenza al Congresso, sostenne apertamente l’intervento armato in Afghanistan e in Iraq, ma in un secondo momento criticò la gestione delle operazioni militari da parte dell’amministrazione di George W. Bush.

Nel 2008 prese parte alle elezioni primarie del proprio partito in previsione delle consultazioni presidenziali dello stesso anno; malgrado i sondaggi della vigilia la vedessero largamente favorita, dopo un aspro confronto fu sconfitta a sorpresa dal senatore Barack Obama, conseguendo tuttavia il maggior numero di suffragi popolari (quasi 18 milioni) nella storia delle primarie statunitensi. La senatrice annunciò in seguito il proprio appoggio nei confronti di Obama, che fu eletto presidente. Hillary Clinton svolse le funzioni di segretario di Stato fra il gennaio del 2009 e il febbraio del 2013, rinunciando all’incarico al termine del primo mandato di Obama e venendo sostituita da John Kerry.

La sua figura è, per certi versi, largamente contraddittoria. Le principali critiche che le vengono mosse sono la scarsa trasparenza e la sua vocazione “guerrafondaia”.

Da molti documenti segreti, successivamente rivelati al pubblico tramite fughe di notizie (più o meno ricercate) si evince che la sua candidatura e vittoria alle primarie non sia stata così cristallina, tutt’altro.

Inoltre, nonostante l’esplicito appoggio del presidente uscente, Barack Obama, Hillary non è riuscita a raccogliere quasi 6 milioni di voti di quelle comunità afro-americane ed ispanico-latine che avevano significato la larga vittoria del suo predecessore nel 2008 e nel 2012.

Vi invito, a tal proposito, a leggere un interessante articolo de “Il Sole 24 Ore” che analizza i motivi della sconfitta della Clinton: Perché Hillary Clinton è stata sconfitta?

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L’uomo che il popolo statunitense ha decretato debba essere il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America è Donald Trump.

Donald John Trump nacque a New York il 14 giugno 1946 ed è un imprenditore, politico e personaggio televisivo.

È figlio di Fred Trump, un facoltoso investitore immobiliare di New York, da cui è stato fortemente influenzato nel proposito di intraprendere una carriera nel medesimo settore. Ha frequentato la Wharton School of the University of Pennsylvania, lavorando allo stesso tempo nell’azienda paterna, la «Elizabeth Trump & Son», di cui divenne socio dopo essersi laureato nel 1968; tre anni più tardi rilevò in prima persona la gestione della compagnia, ribattezzandola «Trump Organization».

Le sue strategie aggressive di brand management, il suo stile di vita e i suoi modi diretti hanno contribuito a renderlo un personaggio celebre, status accresciuto dalla popolarità del programma televisivo The Apprentice, da lui stesso prodotto e condotto fra il 2004 e il 2015. È annoverato alla 405ª posizione nella lista delle persone più ricche del mondo stilata da Forbes nel 2015, con un patrimonio stimato in 4,1 miliardi di dollari.

Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito Riformista per le elezioni presidenziali del 2000, aderì dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano.

Nell’ultima corsa presidenziale, Trump ha impostato la sua campagna elettorale su posizioni populiste e conservatrici: in particolare, le sue dichiarazioni in favore del libero utilizzo delle armi da fuoco hanno suscitato aspre polemiche, così come la sua proposta di istituire una moratoria sull’immigrazione delle persone di religione islamica.

Il 10 febbraio 2011 Trump ha tenuto un discorso in cui ha espresso le proprie posizioni politiche e si è principalmente dichiarato come:

  • Contrario a qualunque provvedimento di innalzamento della pressione tributaria;
  • Contrario al controllo delle armi;
  • Contrario agli aiuti internazionali;
  • Contrario all’Obamacare (e quindi favorevole alla sua abolizione e, di conseguenza, alla sua sostituzione con una nuova legge);
  • Favorevole a sostenere l’idea che la Cina comunista dovrebbe essere trattata dagli Stati Uniti d’America come un nemico e, quindi, sottoposta a pesanti dazi all’importazione.

“Make America Great Again” è appunto il motto della sua campagna elettorale. Trump ha criticato spesso gli accordi commerciali stipulati dagli USA con altri stati, ai quali ascrive in particolare il declino del settore manifatturiero e della perdita di posti di lavoro a vantaggio di paesi a basso costo di manodopera.

Il linguaggio di Trump è esplicito, infarcito di bassezze e volgarità, e  proprio per questo comprensibile da tutti. I suoi toni sempre alti, spesso aggressivi, hanno risvegliato molti dal torpore. Secondo molti osservatori, il grande successo di Trump è dovuto alla capacità di intercettare gli elettori delusi, amareggiati, poveri, che, senza di lui in gara, non sarebbero andati a votare.

Trump ha disseminato la sua campagna di slogan populisti e demagogici, e non bisogna essere di parte per ammetterlo.

In tema di immigrazione Trump ha iniziato la sua campagna, e la sua scalata nei consensi, definendo l’immigrazione illegale un’emergenza nazionale e i messicani che attraversano di notte la frontiera con gli Stati uniti “criminali e stupratori” e promettendo, in caso di vittoria, di “lanciare un programma di deportazione su larga scala” di tutti gli immigrati clandestini (di qui anche l’idea di edificare un muro tra Usa e Messico). Anche sulla possibile accoglienza di profughi dalla Siria, Trump è stato netto: “Questi profughi potrebbero essere un Cavallo di Troia. Il nostro paese ha problemi enormi da risolvere. Non possiamo accollarci un altro problema”.

Sulla pena di morte, “gli slogan e le parole di Trump sembrano essere stati scelti per accogliere con brutale schiettezza i desideri della fascia più tradizionalista, e maggioritaria, dell’elettorato. “La pena di morte – ha affermato – andrebbe ripristinata e applicata con durezza.C’è chi dice che non è un deterrente. Magari sarà anche così, ma resta il fatto che i due criminali recentemente giustiziati per aver ucciso dei poliziotti non ammazzeranno più nessuno. Questo è certo”.

Con un occhio molto attento alle esigenze del ceto medio, deluso dalle mancate riforme del welfare e della sanità pubblica promesse e non attuate negli otto anni della presidenza Obama, Trump si è discostato dalle posizioni storiche del partito repubblicano, da sempre contrario alla creazione di un servizio sanitario in grado di fornire ai tutti i cittadini assistenza pubblica sul modello europeo.

 

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E ora? Cosa cambierà?

Questo articolo, di puro scopo divulgativo, mi serve a fare luce e chiarezza sul sistema elettivo del presidente USA e per analizzare idee e proposte dei due candidati.
Giudicare quello che accadrà è mestiere di analisti e sondaggisti, tutte persone che (vale la pena ricordarlo) hanno “toppato alla grande”, forse spinti dalla stampa.
Vale la pena sottolineare come le reazioni internazionali siano state tiepidamente a favore di Trump, è da capire se ciò sia riconducibile ad un sostanziale tentativo di mantenere calme le acque.

Il governo russo è pronto a “un dialogo costruttivo per la cooperazione” con il futuro presidente americano.

Di tutt’altro avviso è Juncker che si aspetta che Trump chiarisca le sue intenzioni:”Ci aspettiamo da Trump che faccia chiarezza su questioni come ad esempio la politica commerciale globale e quella sul clima. Tutto questo deve essere chiarito nei prossimi mesi, senza dover inviare agli Usa una lista di richieste. Dobbiamo avere chiarezza sulle intenzioni del partner strategico più importante al mondo“.

Ovviamente il Messico non pagherà per il suo maledetto muro“: molto dura la prima reazione dell’ex presidente messicano Vicente Fox dopo l’elezioni alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha fatto della costruzione di un muro sulla frontiera fra gli Usa e il suo vicino meridionale un leitmotiv della sua campagna elettorale.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk si è congratulato con Donald Trump così come il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, il quale ha tuttavia affermato che con Donald Trump presidente Usa “sicuramente la relazione transatlantica diventerà più difficile“.


Non sono un’analista, né un conoscitore di politica internazionale e rapporti inter-statali.

Tuttavia, da semplice spettatore di questo enorme teatro globale, mi sembra doveroso giungere a qualche conclusione.

Ritengo che a Donald Trump si debba dare il tempo (almeno un biennio) per mettere in pratica le sue riforme economiche, per saggiarne la sensatezza.
Come in tutte le cose serve non affrettare il proprio giudizio, ma “stare a guardare”.
Vigili, attenti, preoccupati anche.
Non tanto perché Trump sia il male assoluto (come ho scritto poc’anzi: Hillary non è esente da colpe e il suo trascorso è quanto meno torbido) ma poiché quando si vince un’elezione facendo leva su sentimenti razzisti, xenofobi, protezionistici ed altamente aggressivi, il pensiero corre immediatamente alla situazione globale del 1929, epoca in cui il mondo usciva da una crisi economica senza precedenti e si trovava a dover cercare un colpevole.
Non vorrei che Trump abbia cercato colpevoli sui quali scaricare odio e rimostranze.
Sarebbe da sciocchi pensare che l’elezione dell’uomo più potente al mondo non ci tocchi, sarebbe incosciente focalizzarci solo su le banalità di tutti i giorni senza farsi un’idea critica di quanto accaduto negli States.

Così come sarebbe da sciocchi, dimenticare che tra meno di un mese (il 4 dicembre, per la precisione) noi italiani saremo chiamati al voto per un quesito non meno importante: la modifica della nostra Costituzione!

Perciò auspico che il mio articolo (come migliaia di altri, magari più esaustivi) possa darvi una qualche delucidazione circa questo evento mondiale.

Stefano Pasciuti



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Ira

Ira

Silenzio.

/

Muta monta e cresce,

s’annida nel cuore

tortura le mani, graffia la pelle.

/

Ribolle,

strazia gli sguardi

infuoca il discorso.

/

Silenzio.

/

Livida,

furente

mi osservi

e come vestito d’un brutto vestito

vorresti strapparmi di dosso

la rabbia che porto.

/

Io taccio

e nulla ferisce

e reca dolore

più del silenzio

ostinato e violento

che ti lancio addosso.

/

Silenzio.

Scappiamo lontano

da questo rumore

che riempie la stanza

del suo enorme vuoto.

/

L’amore che manca

il ricordo che resta,

mi guardo allo specchio

e non mi conosco.

/

Silenzio.


 

Si consiglia la lettura accompagnata dalle note di Experience – Ludovico Einaudi