boschi-e-renzi

Da qualche settimana sto cercando di capire i “pro” e i “contro” di questa riforma costituzionale; più cerco nei meandri di internet e più mi accorgo di quanto le notizie fornite siano spesso inesatte, fallaci o semplicemente faziose.

Perciò ho deciso di capirne qualcosa di più, analizzando passo passo le varie parti di questa riforma.

 

Sembra che il Paese sia diviso in due schieramenti “Pro Renzi” e “Contro Renzi”, anziché “Pro Riforma costituzionale” e “Contro Riforma Costituzionale”.

La colpa in questo caso è da attribuire allo stesso Matteo Renzi, che inizialmente ha personalizzato troppo il referendum dichiarando che nel caso vincesse il “No” lui lascerebbe la politica.

Successivamente Renzi ha fatto un passo indietro, ma ormai il danno era irrecuperabile. Molti dei suoi avversari politici, e non solo quelli esterni al Partito Democratico (PD), si sono riuniti in un fronte trasversale del “No”, dove l’obiettivo non è di non far approvare il testo della riforma costituzionale quanto di far dimettere Renzi da Presidente del Consiglio.

Ma ora analizziamo bene il testo del Ddl-Boschi.

In primis di cosa parliamo? 

Stiamo parlando della cosiddetta riforma Renzi-Boschi, ossia la proposta di riforma della Costituzione contenuta nel testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento il 12 aprile 2016.

Quando saremo chiamati al voto?

Saremo chiamati alle urne il 4 dicembre 2016.

Da titolo esteso si evince che la riforma si prefigga «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».

Alzi la mano chi ha capito tutto tutto tutto. 

Io, lo ammetto senza nascondermi dietro un dito, non ho afferrato subito ogni singola parte.

Per prima cosa sottolineiamo un fatto, a mio avviso, molto importante: non essendo previsto un quorum di votanti, la riforma entrerà in vigore se il numero dei voti favorevoli sarà superiore al numero dei suffragi contrari, a prescindere dalla partecipazione al voto.

Dobbiamo perciò capire che questa volta l’arma dell’astensionismo non sarà utile, poiché affinché la riforma venga accolta basterà che i “Sì” superino anche di un solo voto i “No” e viceversa.

Il disegno di legge presentato dal Governo Renzi apporta diverse modifiche ai titoli I, II, III, V e VI della seconda parte della Costituzione (in totale 47 articoli su 139), riguardanti il funzionamento delle Camere e l’iter legislativo, le funzioni e la composizione del Senato, l’elezione del Presidente della Repubblica e le modalità di attribuzione della fiducia al Governo. Ulteriori modifiche al titolo I sono relative alle leggi di iniziativa popolari e ai referendum; mentre altre modifiche al titolo III riguardano l’abolizione del CNEL e l’introduzione del principio di trasparenza per la pubblica amministrazione.

Vi sono inoltre numerose modifiche al titolo V, relative in particolare al rapporto tra Stato ed enti locali minori. Alcune modifiche al titolo VI riguardano infine l’elezione dei giudici della Corte costituzionale.

Insomma, nel dettaglio pare che le modifiche siano in buona parte frutto di alcune macro-modifiche, analizziamole nel dettaglio.

  1. Modifica del bicameralismo perfetto;
  2. Elezione del Presidente della Repubblica;
  3. Abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro);
  4. Titolo V della Costituzione e competenze stato/regioni;
  5. Referendum abrogativi e leggi di iniziative popolari.

Ok, andiamo con ordine.

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Partiamo dall’attuale sistema bicamerale: ad oggi in Italia esistono Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate da entrambe le camere.

Anche la fiducia al governo deve essere concessa sia dai deputati sia dai senatori.

Cosa cambia con la riforma?

La Camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo.

Il Senato della Repubblica diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali (si chiamerà senato delle regioni), composto da 100 senatori (invece dei 315 attuali) che non saranno eletti direttamente dai cittadini, poiché 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali.

Di questi 95, ci saranno 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi 95 senatori resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali.

A questi, si aggiungeranno 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica che rimarranno in carica sette anni.

La carica di senatore a vita resta valida solo per i Presidenti emeriti della Repubblica.

Il Senato potrà  esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge (ma la Camera potrà anche non accogliere gli emendamenti). I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e dei giudici della Corte Costituzionale. Ma la funzione principale del Senato sarà quella di esercitare una funzione di raccordo tra lo stato, le regioni e i comuni.

Ma è davvero superato il bicameralismo?

Io ritengo di no, poiché per alcune proposte di legge continua a vigere un procedimento di approvazionebicamerale paritario“, in cui le leggi devono essere approvate, nel medesimo testo, da entrambi i rami del Parlamento.

  • leggi di revisione costituzionale e altre leggi costituzionali, come disciplinate dall’invariato articolo 138;

  • leggi che riguardano l’elezione del Senato e i casi di ineleggibilità e incompatibilità dei senatori;

  • leggi di attuazione di disposizioni costituzionali riguardanti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum e altre forme di consultazione popolare;

  • ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e leggi che stabiliscono le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formulazione e all’attuazione delle politiche comunitarie;

  • leggi sull’ordinamento degli enti territoriali e sui rispettivi rapporti con lo Stato, comprese quindi quelle sulle loro funzioni, sui rispettivi organi costitutivi e sulla legislazione elettorale, sulla concessione di particolari forme di autonomia a regioni e province autonome, nonché sulla loro partecipazione alla formazione e all’attuazione di accordi internazionali e atti normativi comunitari, sull’esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti degli enti locali, sulle attribuzioni patrimoniali agli enti locali, sulle variazioni territoriali delle regioni e sui loro rapporti diretti con stati esteri.

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Elezione del Presidente della Repubblica:

All’elezione del Presidente della Repubblica non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le Camere in seduta comune. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti (fino al quarto scrutinio), poi basteranno i tre quinti. Basterà la maggioranza dei tre quinti dei votanti solo dal settimo scrutinio.

Per quanto riguarda l’elezione dei giudici della Corte costituzionale, i cinque (su quindici) di nomina parlamentare sono eletti separatamente dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, che ne eleggono rispettivamente tre e due, e non più dal Parlamento in seduta comune.

In realtà questa parte della riforma non tocca per via diretta noi cittadini, ma non per questo risulta meno importante.

Si veda che il ruolo del rinnovato Senato risulta essere importante.

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Abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (CNEL):

Il CNEL attualmente è composto da 64 consiglieri ed è un organo ausiliario previsto dalla costituzione che ha una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro.

Ciò significa che viene pagato per dare pareri tecnici di fattibilità o proporre alle Camere delle leggi in materia economica.

Vale la pena sottolineare che questo ente costa ogni anno, in media, 20 milioni di Euro; ma in cosa vengono spesi questi soldi? A tal proposito allego un interessante articolo de Il Sole 24 ORE, che pur sbilanciandosi un poco nei commenti (risultando anche di parte) enumera in spiccioli le voci di spesa di questo ente: Il pensatoio pubblico che Renzi vuole abolire (e che costa 20 milioni di Euro l’anno).

Come in tutte le cose, serve anche qui un poco di buonsenso. A chi urla di tagliare gli sprechi e sarebbe ben felice di cancellare un ente inutile (ma che fino a due giorni fa non conosceva neppure, compreso il sottoscritto) consiglio la lettura di questo articolo: Ecco perché abolire il CNEL sarebbe un errore.

Posto anche il rovescio della medaglia, mostrato da chi invece ritiene assolutamente superfluo questo ente nato nel 1958: CNEL: il principe degli enti inutili.

Cosa ha prodotto il CNEL dal 1958 fino ad oggi?

Complessivamente, nel corso degli oltre cinquant’anni di attività il Consiglio ha elaborato 970 documenti, così raggruppati per tipologia:

  • 96 Pareri;
  • 350 testi di Osservazioni e Proposte;
  • 14 Disegni di legge;
  • 270 Rapporti e Studi;
  • 90 Relazioni;
  • 130 Dossier che raccolgono gli atti di convegni ospitati al CNEL;
  • 20 Protocolli e Collaborazioni istituzionali.

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Titolo V della Costituzione e competenze Stato/regioni

Con la riforma, una ventina di materie non saranno più regolamentate dalle regioni, bensì dallo Stato.

Tra le altre l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, i trasporti e la navigazione, la produzione e la distribuzione dell’energia, le politiche per l’occupazione, la sicurezza sul lavoro e ordinamento delle professioni che tornano alla competenza esclusiva dello Stato.

Analizziamo nello specifico i cambiamenti apportati dal ddl-Boschi.

  • È rimosso dalla Carta costituzionale ogni riferimento alle province, eccetto quelle autonome di Trento e di Bolzano. Ciò rappresenta un nuovo passaggio nel processo di sostituzione di tali enti con le città metropolitane, già inserite in Costituzione con la riforma del 2001. Attenzione quindi! Non scompaiono le province, ma vengono solo sostituite da un nuovo ente dal nome differente!
  • All’articolo 117 è introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia“, che prevede come anche per le materie non di competenza statale, su proposta del Governo, possa intervenire la legge statale «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».
  • All’articolo 122, per gli emolumenti per i componenti degli organi di governo regionali, è introdotto un limite pari a quello dei sindaci dei comuni capoluogo di regione. Altra disposizione concernente i costi dei consigli regionali vieta la corresponsione di rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei Consigli regionali.

Per fare un raffronto, si noti che in Italia un sindaco di un comune capoluogo di regione ha mediamente uno stipendio che (senza riduzioni dovuto ad un secondo impiego) si aggira tra un minimo di 4130 Euro ed un massimo di 17800 Euro.
A tal proposito allego un interessante articolo: Quanto guadagna un sindaco in Italia e secondo quali criteri?

Ponendo un tetto si riuscirà a contenere (almeno in parte) i faraonici costi della politica? Auguriamocelo…

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Referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare:

Il quorum che rende valido il risultato di un referendum abrogativo resta sempre del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800’000, invece che 500’000, il quorum sarà ridotto.

Basterà, infatti, che vada a votare il 50 % + 1 dei votanti alle ultime elezioni politiche, non degli aventi diritto.

In un Paese in cui troppo spesso l’astensionismo è il partito di maggioranza, questa modifica rende fondamentale l’affluenza alle urne. Ma risulta essere, ahinoi, un termometro efficace per analizzare la fetta di elettorato attivo di cui l’Italia dispone.

Inoltre, da una parte per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50’000 firme, bensì ne serviranno 150’000, dall’altra viene introdotto il principio che la discussione e la deliberazione in merito ai disegni di legge di iniziativa popolare deve essere garantita, secondo tempi certi, da stabilire nei regolamenti parlamentari.

Sono inoltre introdotti referendum popolari propositivi e d’indirizzo, la cui disciplina è rinviata a una successiva legge d’attuazione.


 

Spero di essere stato quanto più esaustivo possibile e qualora questi dati non vi sembrassero sufficienti al fine di propendere per una o per l’altra scelta democratica, vi lascio una piccola “info-grafica” delle attuali intenzioni di voto nei vari partiti politici.

Molti membri del Partito Democratico hanno dichiarato che voteranno Sì ma, come vedremo di seguito, all’interno del partito c’è anche una fazione schierata contro la riforma costituzionale voluta dal presidente del Consiglio.

In favore del Sì, però, si sono schierati dei politici che fanno parte della squadra di Governo pur non appartenendo al Partito Democratico. È il caso Denis Verdini che in più di un’occasione ha ribadito il suo appoggio non solo alla riforma ma a tutto il Governo Renzi. Verdini inoltre ha lanciato dei comitati in favore del Sì al referendum costituzionale perché, come dichiarato da lui stesso, “avendo alle spalle una storia di centrodestra è importante incidere su quell’elettorato che per 20 anni ha chiesto le riforme, bocciate poi con il referendum del 2006”.

Anche Angelino Alfano, che ad oggi è uno dei principali alleati del Governo Renzi, ha annunciato che voterà Sì al referendum costituzionale. Secondo Alfano, infatti, il testo della riforma costituzionale in diversi punti è in linea con molte delle tradizionali convinzioni costituzionali del Centrodestra.

Flavio Tosi, sindaco di Verona, pur essendo contrario a molte delle politiche del Governo Renzi ha invitato gli elettori a votare Sì. L’ex leghista, in particolare, ha sottolineato l’importanza dell’approvazione della riforma così da mantenere un buon rapporto con i partner stranieri e con la finanza internazionale.

In favore del Sì ci sono anche il viceministro all’Economia Enrico Zanetti, l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini e il Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.

I socialisti italiani, come svelato dal segretario del PSI Riccardo Nencini, il 4 dicembre si schiereranno in favore della riforma Renzi-Boschi.

Tra i personaggi pubblici ha suscitato molte polemiche un’intervista rilasciata da Roberto Benigni a “Le Iene”. Il comico toscano ha dichiarato che se dovesse vincere il No al referendum costituzionale “sarebbe peggio della Brexit” ed è per questo che è importante che gli italiani votino Sì.

Tuttavia, quando Benigni presentava il programma RAI sulla Costituzione intitolato “La cosa più bella del mondo” si professava in favore del No; cosa lo ha spinto a cambiare idea? Benigni a Le Iene si è difeso dicendo che gli stessi costituenti avevano auspicato una riforma della seconda parte della Costituzione, così da migliorarla. Questo è il momento giusto per farlo altrimenti, ha concluso il comico toscano, “non accadrà più”.

Contro la riforma costituzionale, invece, ci sono diversi detrattori di Renzi, alcuni dei quali interni al Partito Democratico. Ad esempio, nelle ultime ore Pierluigi Bersani ha svelato le sue intenzioni di voto per il referendum del 4 dicembre 2016, dichiarando che voterà No. Non è mancata la risposta di Renzi, secondo il quale Bersani ha votato Sì tre volte a questa riforma e se adesso cambierà idea “ognuno si farà la sua opinione”.

Tra le fila del Partito Democratico anche Massimo D’Alema ha dichiarato che voterà No, in quanto si tratta di una riforma “scritta male e praticamente illeggibile”.

Dello schieramento del No fanno parte diverse forze politiche, come Forza Italia guidata da Stefano Parisi e Silvio Berlusconi, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni (“siamo convintamente contrari all’ultima colossale truffa di Renzi”) e la Lega Nord di Matteo Salvini. Il leader del “carroccio” in uno dei suoi ultimi interventi ha fatto riferimento proprio a Benigni che, come abbiamo visto in precedenza, ha cambiato le sue intenzioni di voto sul referendum costituzionale. Salvini, a tal proposito ha dichiarato:

“È importante spiegare agli italiani la truffa di una riforma costituzionale pessima, pasticciata per dirla alla Benigni. Solo che noi siamo più coerenti dei Benigni di turno e arriviamo alle ovvie conclusioni: se la riforma fa schifo votiamo No”.

Per il No anche Gianfranco Fini, Nichi Vendola e Pippo Civati, con quest’ultimo che ha definito la riforma “fatta con i piedi” poiché la composizione del nuovo Senato è “surreale”.

Molti personaggi pubblici nelle ultime settimane si sono schierati contro la riforma costituzionale; tra questi ci sono J-Ax, Sabina Guzzanti, Monica GuerritoreSabrina Ferilli.

Mi auguro che il mio articolo possa aver aiutato qualcuno a diradare le nebbie di questo ddl, mi scuso anzitempo per eventuali errori (di battitura, di forma o di contenuto) e vi invito a contattarmi per una celere correzione.

Ho cercato, in ogni sua parte, di essere neutrale e spero che la mia disanima possa essere utile a chi, come me, non è un esperto in materia giuridica.
Concludo con l’invito di andare a votare, invito che rivolgo a tutti i lettori.

Votate e fatelo in modo coerente, interessato ma soprattutto informato! 

 

Stefano Pasciuti – chi sono


Dell’autore leggi anche Odiosa-menteAcquazzone estivoOde alla luna. o la sua raccolta di scritti:

Inshallah! Se Dio vuole. 

Lui, lei, l’altra. 

L’ultimo passeggero

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Un pensiero su “Referendum costituzionale 2016

  1. Disamina precisa di grande utilità per coloro che non sono adusi a codici e pandette. Per quanto mi riguarda sarebbe bastato leggere i nomi di chi voterà SI e di qualcun altro che propende per il NO e poi non è detto che lo voterà. Un grazie a Stefano Pasciuti che lo ha scritto ed ad Andrea Savino che lo ha condiviso. Ugo Sarao

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