Odiosa-mente

Ti conosco

dai litigi furiosi

a cuori socchiusi,

con le menti rapite

dall’orgoglio ormai vano.

 

Piangi,

di rabbia vestita,

e sempre in silenzio

i baci di pace

cocciuta

mi neghi.

 

Ti vesti

di lunghi silenzi

e sguardi curiosi

alle volte imbronciati,

alle volte sinceri.

 

Poi menti

fissando lo sguardo

nell’avido mio

giurando

“Sto bene”

ed infine sorridi.

 

Ti sfioro

non senza timore

di fare crollare

le nostre catene

di parole

non dette.

 

Ed io ti bacio,

con avido gusto

e assaggio

la pace

del nostro momento.

 

Poi ridi

e nella tempesta

esplode uno squarcio

di placido azzurro

che porta l’estate

anche dentro di me.

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Inshallah! Se Dio vuole. 


É notte fonda e nel piccolo villaggio di pescatori tutti dormono. 

Il libeccio soffia con foga e le onde si rincorrono con crepitio di spuma; l’odore di salsedine é pungente e si attacca ai vestiti.

Selassiee si tiene stretto alla mamma, é buio e fa molto freddo. 

La mamma é davvero bella, profuma sempre di buono e si mette gli orecchini e lo scialle bianco.

Oggi però non ha gli orecchini, li ha venduti. Tuttavia ha ancora lo scialle a difenderla dal freddo pungente. 

Selassiee ha 5 anni ed é il più piccolo stasera, con lui altri uomini e donne. 

Il gruppettino, saranno una quindicina, é seduto in silenzio assoluto, qualcuno ogni tanto sospira mentre il rosseggiare di un mozzicone morente balugina a terra. 

Somali, una coppia di eritrei e qualche etiope: tutti in attesa del segnale. 

Sono circa le 2 di notte, il piccolo ha fame e chiede alla mamma un pezzetto di sambusi freddo. 

La mamma lo zittisce brusca, gli altri si smuovono. 

Improvvisamente tutti si alzano e in lontananza si inizia a sentire un rumore di motore. 

Da dietro le baracche esce il signore con il fucile che inizia a urlare qualcosa in francese. 

Selassiee non sa il francese e nemmeno la mamma lo sa. 

La mamma tocca piano il braccio del signor Babukar che le fa cenno di stare tranquilla. 

-Tra poco partiremo- sussurra. 

A questo punto, con un gran trambusto, da dietro il signore con il fucile giungono altre persone. 

Ci sono tanti bambini ed alcuni sono più piccoli di lui. 

Selassiee si ricorda che nel villaggio, prima di partire, c’era stata la festa per la nascita della figlia di Nyashia e lei era davvero piccola. 

In pochi secondi il gruppo é diventato molto più grande e ora ci sono molti rumori. 

Selassiee si stringe forte alla vita della mamma e la mamma lo cinge con un abbraccio. 

Con un crepitare di ferraglia arriva il barcone, é piccolo ma molto lungo. 

Salgono tutti i signori e poi anche le mamme con i bambini. Anche il piccolo sale con la sua mamma e il signor Babukar. 

-Ora partiamo?- chiede lei. 

-Sì partiamo, siamo fortunati che il vento non alzi le onde. Le preghiere hanno funzionato e la traversata andrà bene, In šāʾ Allāh

La sua voce é profonda e chiude gli occhi mentre inizia a pregare il Profeta.

Selassiee ora ha sonno, vorrebbe dormire ma é schiacciato contro il bordo del barcone e il braccio gli fa male. 

-Mamma mi fa male!-

-Vieni qui, amore mio-

La mamma lo prende in braccio e se lo mette nell’incavo delle gambe, poi scioglie un po’ dello scialle e lo usa per coprirlo. 

La traversata ha inizio: il dondolio della nave é ipnotico e piano piano il piccolo si addormenta. 

Lo sciabordio dell’acqua contro la barca sembra una canzone che il mare canta per cullarlo. 

Alle prime luci il gruppo si risveglia, anche Selassiee si sveglia e si accorge subito che la mamma sta dormendo. 

Ovunque sul barcone ci sono bambini che piangono e le mamme battono colpettini sulle schiene dei piccoli per calmarli. 

Selassiee deve fare la pipì, allora sveglia la mamma strattonandola forte. 

-Mamma, mi scappa-

La mamma si sveglia intorpidita e fa segno verso il mare. 

Allora cerca di alzarsi, ma il formicolio le fa perdere l’equilibrio e per poco non cade in acqua. 

Una signora allora prende il ragazzino per il braccio e si alza; -Vieni con me- gli dice. 

I due passano tra i corpi dormienti e si dirigono verso il fondo della nave; l’odore di urina e feci é fortissimo. 

Allora Selassie inizia a piangere, non vuole fare la pipì lì dentro. 

La signora si avvicina ai secchi e li svuota in mare con una faccia disgustata. 

Li scrolla con foga, attenta a non sporcarsi e li rimette al loro posto. 

Ora il piccolo si sente pronto, la donna così si gira sorridendo per dargli il tempo di scaricarsi. 

Terminato il suo compito si alza e caracolla verso la sua accompagnatrice. 

I due fanno il percorso a ritroso mentre il sole inizia a scaldare tutti con il suo raggio. 

Piano piano iniziano a svegliarsi tutti, sulla barca tutti sembrano molto agitati e il motivo é ignoto al piccolo. 

Anche la signora sembra molto preoccupata e gli lascia la mano sbrigativa; senza più curarsi delle persone sdraiate a terra, si dirige verso i suoi parenti. 

Il bambino si trova così improvvisamente solo. 

Selassiee é lontano dalla mamma e non capisce cosa stia succedendo: tutti si alzano in piedi e le donne iniziano a gridare ed invocare Allah, il piccolo é spaventato.

-Mamma, mamma, mamma aiuto, mamma!- inizia a gridare con foga. 

Nessuno lo aiuta, nessuno lo ascolta e lui non sa dove andare. 

La barca é improvvisamente enorme e lui si trova schiacciato dalle persone che ora stanno urlando qualcosa, dicono che il fuoco é sulla barca. 

Selassie non capisce, gli viene da piangere.

Improvvisamente perde l’equilibrio a causa di un’onda e si ritrova in mezzo ai sandali di tutte quelle persone. 

É per terra e gli fa male l’orecchio, inizia a piangere e per i singhiozzi gli manca il fiato e non riesce a respirare. 

Non respira e si chiede perché, allora cerca di non piangere e di alzarsi ma tutto é grigio e sotto le gambe delle persone é pieno di fumo. 

-Mamma!- riesce a gridare ancora. 

Finalmente qualcuno si accorge di lui, due mani lo prendono per la maglia e lo sollevano. 

Non é la mamma. 

-Dov’è la mia mamma?- chiede il piccolo. 

Il signore gli dice di stare tranquillo, di non piangere e che la mamma sta bene. 

Poi lo abbraccia forte e gli mette addosso una maglia arancione e grigia molto pesante. 

-Ora stai tranquillo e non piangere, la mamma sta bene

Questo ti fa galleggiare-. Gli dice. 

Qualcuno si lancia in acqua e Selassie ha paura del mare, la mamma lo sa. 

-Mamma, mamma dove sei mamma?-

-Sei pronto? Uno, due…- il signore conta e Selassie non sa cosa debba fare. 

-Mamma!- urla per l’ultima volta. 

-Tre!-.

L’uomo stringe il bambino e con un balzo si fa scivolare fuori dal barcone in fiamme. 

L’impatto con l’acqua é spaventoso. 

Selassie urla ma la bocca si riempie subito di sale.

Il giubbotto arancione lo fa risalire a galla mentre il signore si aggrappa a lui con forza. 

Selassiee inizia a sputare e tossire mentre l’uomo urla al Profeta di salvarli tutti. 

Poi, con un boato sordo, la barca va in frantumi.

Tutto si fa nero.
Selassie galleggia come le mille schegge di legno; il mare sembra il firmamento notturno tutto punteggiato di corpi.

Il marrone del legno si mescola al blu del mare. 

Improvvisamente cala il silenzio, il signore non c’è più. 

Qualcuno geme, le onde fanno sbattere i corpi come burattini inermi. 

In lontananza si sente un motore, o forse é solo il rumore del profeta che viene a prenderli. 

Selassie sussurra piano: -Mamma-.

Il rumore si fa più forte, con le ultime forze il piccolo si gira lentamente: una grossa barca lucente bianca sta arrivando, le luci rosse delle sirene gli fanno brillare il giubbetto. 

Gli occhi sono pesanti, li chiude piano quando ormai la barca é molto vicina. 

-Mamma-.

Con gli occhi ancora chiusi sente delle voci che non capisce, parlano una lingua mai sentita e Selassiee crede che in Paradiso gli angeli stiano giudicandolo per i suoi peccati. 

Poi qualcuno, per la seconda volta in poche ore, lo solleva con forza e lo trascina a bordo. 

É un uomo con una mascherina verde chiaro, in arabo gli chiede se tutto va bene. 

-Mamma?- chiede lui. 

In pochi istanti l’uomo passa Selassiee ad un’altra persona dietro di lui che subito lo cinge in una coperta argentata.

Il piccolo si scopre molto stanco. 

-Dove sei, mamma?- sussurra prima di addormentarsi. 

Lui, lei, l’altra. 

 
L’afa s’incolla addosso, non un alito di vento mi soffia in viso. Supero svelto un gruppetto rumoroso di ragazzi: avranno qualche anno meno di me. 

Mi guardano storto, come a dirmi: “Ehi, questo é un divertimento solo nostro e tu non sei invitato!”.

A terra qualche bottiglia di birra vuota giace abbandonata e ormai priva del suo nettare. 

Me ne vado, imbocco una stretta stradina di ciottoli di fiume e mi rovisto nelle tasche in cerca del cellulare. 

Lo controllo, sono in ritardo. 

Le persiane delle vecchie case che si affacciano sulla via mi regalano mille odori e profumi. 

La voce di un presentatore gracchia dalla tv ed in lontananza una porta sbatte con clamore; un gatto, sornione, sbadiglia pigramente mentre io cammino di fretta.

Macino velocemente gli ultimi metri ed arrivo finalmente al bar. 

Tutt’intorno c’é la solita atmosfera di placido ozio estivo. 

Un ragazzo ride sonoramente e i suoi amici gli battono il cinque, uno quasi rovescia la sua birra. 

Faccio in tempo ad intravedere Paul seduto con gli altri, mi dirigo verso di loro rallentando il passo. 

Avvicinandomi mi accorgo di aver sudato: maledico l’estate mentre sento la camicia leggera che si attacca fastidiosamente alla mia schiena. 

“Alla buon’ora!” esordisce Dave. 

Si alza trascinando la sedia, faccio in tempo giusto a bofonchiare una scusa che lui subito mi prende in disparte. 

“Allora, Ashley é fuori di sé, hai pensato ad una scusa credibile?”.

Sudo ulteriormente. 

“Sì tranquillo”, mento io. 

“Bene, hai già preso da bere? Ti accompagno” aggiunge lui dopo il mio cenno di diniego. 

Dentro il bar é un forno, il che non fa che peggiorare la mia situazione. 

Il bancone consunto é appiccicoso, il barista agita con foga lo shaker. 

“Cosa vi faccio?”

“Per me una bionda media” rispondo subito io. 

“Niente per me” mi fa eco Dave. 

Guardo la cameriera destreggiarsi tra i tavolini tenendo in bilico un vassoio stracolmo di bicchieri. 

Non riesco a pensare a nessuna scusa credibile. 

“Hai già visto Coreen?”.

“Cosa? Coreen é qui?” domando io alzando la voce. 

Mi guardo intorno in preda ad una strana agitazione, poi mi calmo e fisso in pieno volto Dave. 

“Dimmi che stai scherzando, é qui da sola? O c’é anche lui?”.

Il mio amico non risponde ma la sua faccia risponde per lui. 

Smetto di avere caldo ma inizio a sentire le orecchie in fiamme; prendo la birra, pago ed esco. 

Mi siedo al tavolo fingendo una tranquillità che mi é totalmente estranea. Con calma olimpica chiedo scusa ad Ashley, lei mi dice di non preoccuparmi ma si vede palesemente che é incazzata a morte con me. 

Poi la vedo. 

O meglio, prima vedo lui.

Alto, camicia grigia e pantaloncini bianchi sapientemente risvoltinati per mettere in risalto il tatuaggio maori sulla gamba. 

Orologio nero, abbronzatura perfetta e occhietto languido. 

“Lo odio”.

Dave mi tira un calcio da sotto il tavolo, credo di averlo detto a voce alta. 

Mi irrigidisco appena la vedo.

Coreen é bellissima, ha una gonna svolazzante ed una camiciola di lino bianca che non copre molto del suo corpo. 

Cazzo, ha uno sguardo così penetrante che mi sento nudo, letto e scrutato. 

Quando la conobbi alle elementari era già la più bella del paese e i suoi occhioni enormi, da che mi ricordi, sono i più belli che abbia mai visto. 

Si siede, ci salutiamo: i soliti discorsi inutili e le solite mezze frasi. 

Lui inizia da subito a monopolizzare la serata con le sue storielle del cazzo.

Smetto immediamente di ascoltare e lancio un fugace sguardo verso di lei. 

Fa l’oca e ridacchia stupidamente. 

Per qualche ragione la cosa mi manda in bestia, inizio a bere la birra voracemente. 

“… così abbiamo sentito la cameriera e siamo scappati. Ricordi Cory?”.

Lei lo guarda ed annuisce, lui continua con il suo racconto ma Coreen ha improvvisamente cambiato atteggiamento. 

Mi guarda fisso negli occhi, con lo sguardo mi chiede se va tutto bene. 

Cerco di essere naturale mentre, mentendo, le faccio cenno di si. 

Mi sorride. 

Se solo sapesse.

Il tavolo oltre il nostro si svuota velocemente, tra loro mi pare di riconoscere una mia ex ragazza. 

Dopo un po’ Ashley mi chiede se la accompagno a fumare.  

Ci alziamo e la seguo mentre sgattaiola verso il retro del bar. 

Mi preparo alla tempesta. 

“Ma dove cazzo eri finito?” esordisce lei furente. 

Tentenno prima di rispondere, così lei ne approfitta per vomitarmi addosso tutto lo sconforto degli ultimi giorni. 

Mi rinfaccia di non essere andato alla festa di Peter, mi dice che sono cambiato, che vorrebbe aiutarmi ma io non mi faccio aiutare. 

Mi chiede se io la tradisca. 

“Sì!”.

Cala il silenzio, le tremano le mani e mi guarda in obliquo, sconvolta. 

“Non ti amo più”.

Mi volto, me ne vado. 

Sento la voce di lei che mi chiama, credo mi voglia rincorrere ma io accelero il passo. 

Attraverso il patio esterno e scappo via. 

Ho mentito, non l’ho tradita. 

Per questo poi le ho detto la verità, non la amo più. 

Passando di fretta Dave mi chiama a voce alta, lo ignoro. 

Supero il tavolo e prima di andarmene guardo Coreen in pieno volto. 

Lo faccio finalmente sereno, libero e senza preoccupazione. 

Il suo ragazzo capisce che no, non é uno sguardo come gli altri, così si blocca e si fa silenzioso. 

Lei mi fissa, i suoi occhi nocciola tremulano, fa per dirmi qualcosa poi abbassa lo sguardo. 

“Lo sapevo!” sussurro con un fil di voce.

Mi volto e in un secondo me ne vado.  

Salgo le scale e passo in piazza dove alcune famiglie si godono la brezza serale. 

Mi sento leggero. 

Sono felice, sono libero!

“Anche lei mi ama”.

In cielo la luna fa capolino da dietro le nubi, sorrido. 

Acquazzone estivo

 

Dapprima

un rombo lontano

rotola sordo e risuona,

masso in un pozzo,

tra le nubi foriere 

di grave tempesta. 

/

Silenzio

che dura soltanto

il tempo d’un amen;

panni stesi che schioccano,

come fruste bianche,

verso il nero cielo. 

/

Lentamente

si scatena la furia

di gelido pianto,

si piega il granturco

nei prati odorosi,

singhiozza Eolo tra loro.

/

Infine 

la quiete s’impone

in un raggio di sole,

che pallidamente s’adagia

e senza rumore 

fa tiepida mostra di sé.