L’ultimo passeggero – Atto II

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«Hai intenzione di venire con me fino al deposito?».

La voce dell’autista, arrochita dal lungo silenzio mattutino, scuote Dario dai suoi pensieri.

«Mi scusi, mi ero addormentato!» mente lui.

Il ragazzo raccoglie in fretta la tracolla, ma nel piegarsi gli sfuggono alcune monete dalle tasche del cappotto.

Il tintinnio prodotto si mischia al muto disappunto del conducente che getta uno sguardo di sottecchi allo specchietto, salvo poi sbuffare sonoramente.

«Ragazzo ho altri viaggi da fare. Vediamo di muoverci!»

Dario non trova il coraggio di rispondere e, recuperate in tutta fretta le monete, scende dal pullman.

Messo piede sull’asfalto, le porte si richiudono dietro di lui con clamore e l’autobus parte con uno strappo.

La nebbia si è diradata e il cielo, ora visibile, non promette bene.  Il ragazzo perciò si affretta: sistema la tracolla che nella fretta si è spostata e sale gli scalini che lo porteranno alla metro. A metà della rampa inizia a rovistare nelle tasche alla ricerca del suo abbonamento. Inizialmente lo fa con tranquillità, ma più la cima delle scale si fa vicina e più lui suda freddo.
«Porca puttana, mi è caduto sul pullman!».

La certezza gli viene dall’aver rovesciato il contenuto dell’ultima tasca disponibile nella mano destra: uno scontrino stropicciato, un euro tedesco e le cuffie dell’iPod; ma dell’abbonamento nessuna traccia.

«Buono» inizia a pensare «sono solo le 7 del mattino e ho già buttato 75 € nel cesso, fanculo!».

Si gratta nervosamente la fronte mentre decide il da farsi, infine prende la decisione più rischiosa: viaggiare senza biglietto.

Con una mossa navigata ed esperta si accoda ad un uomo alto e ben vestito che gli sembra essere il più celere.

Nel gabbiotto “ATM” pare non esserci anima viva e la sua tattica riesce tranquillamente.

Sta per scendere l’ultima serie di scale quando sente l’avviso della partenza della metro.

Perciò, dando fondo alle sue già collaudate doti da scattista, salta gli ultimi scalini in gruppi di tre e si slancia verso il vagone quando le porte stanno già per chiudersi.

Per la seconda volta nel giro di due ore entra per un soffio e si ritrova improvvisamente immerso nel silenzio sonnacchioso dei suoi passeggeri.
Una signora anziana con uno scialle viola lo squadra impettita mentre una donna ben vestita, probabilmente un’impiegata in banca, gli riserva lo sguardo che lui solitamente riserva ad un piatto di crauti e verze: puro disgusto.
Il vagone è saturo, ogni posto a sedere è occupato e anche lo spazio per stare in piedi è minimo.

Perciò Dario posa la tracolla ai suoi piedi, sincerandosi questa volta di non perdere alcun oggetto, estrae le cuffie dalla tasca e se le porta alle orecchie.

Sceglie con cura la prima canzone: deve essere abbastanza tranquilla per riuscire a calmarlo, ma anche triste al punto da risvegliarlo.
Sceglie una composizione di Einaudi e socchiude gli occhi. Le note lo accarezzano docilmente, le dita del compositore corrono veloci lungo il bicromatico susseguirsi di tasti e Dario si sente quasi avvolto dal suo tocco.

Ogni melodia è un qualcosa di nuovo in relazione al paesaggio: le note si fondono al grigiore del cielo e la musica si fa oscura ed intimista; ad una delle fermate sale una madre che tiene stretto al petto un fagotto di candidi teli, ed ecco che l’armonia si fa dolce e cullante.

«Forse la giornata non sta andando poi così male» pensa il ragazzo osservando il mondo da lontano, ormai astratto dal suo corpo ed invisibile ai più.

La composizione di Einaudi va spegnendosi quando all’apertura delle porte entra un uomo rattrappito dal freddo, arrancante nelle sue stampelle malconce.

Ha un cappello di lana lacero e sporco che gli copre a malapena il capo, una sciarpa al collo ed un cappotto leggero. Avanza claudicante e con la destra stringe un bicchiere di carta vuoto per chiedere l’elemosina.

Dario distoglie lo sguardo, infastidito dall’odore. Tuttavia qualcosa gli fa cambiare idea e, aperto lo zaino, estrae il suo pranzo: un panino prosciutto e formaggio, una mela ed una bottiglietta d’acqua.

Si avvicina all’uomo che lo guarda quasi spaventato. L’odore acre lo colpisce con veemenza, ma sorride e decide di fregarsene.

«Tieni, amico!»

L’uomo bofonchia un grazie e si allontana lentamente. Perciò Dario resta lì, con la tracolla più leggera ma il cuore un poco più pieno.

Sorride.

Anche chi dorme in un angolo pulcioso, coperto dai giornali le mani a cuscino, ha avuto un letto bianco da scalare e un filo di luce accesa dalla stanza accanto…

Il “casuale” dell’iPod, forse, non è poi così causale.

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L’esame in università – Atto II

Brooklyn Art Library

«Sei preparata?»

«Il manuale l’ho studiato bene, ma ho qualche dubbio sugli appunti. Poi, sinceramente, il libro a scelta l’ho letto due volte

Sotto una pioggia battente i due camminano verso l’università. A braccetto, sotto l’ombrello di lui, Gaia si sente un poco più tranquilla nonostante l’esame che deve sostenere di lì a poco.

«So che andrai benissimo, come sempre d’altronde».

Stefano la guarda e sorride, nel girarsi scrolla inavvertitamente l’ombrello, che fa cadere un paio di grossi goccioloni sul suo cappotto, «Che freddo fa?».

La ragazza è troppo impegnata a ripetere il trattato di oftalmica per rispondere coerentemente, perciò lo guarda sovrappensiero ed annuisce.
«Gaia, più ti agiti adesso e peggio sarà all’esame. Stai tranquilla e pensiamo ad arrivare in uni senza affogare»

«Hai ragione, Ste. Parliamo di qualcos’altro, come procede il tuo libro?»
Questi ridacchia sommessamente salvo poi tornare serio subito dopo.
«Non ho la presunzione di chiamarlo libro, diciamo più che sto scrivendo una serie di racconti!»

«Io ci sono?»

«Dove?»
«Nei tuoi racconti».

È sempre stata così, Gaia: diretta e sincera, come un bicchiere di buon vino.

«Nei miei racconti c’è la mia vita»

«Quando sarai ricco e famoso mi concederai uno spazio nei ringraziamenti?»

«Quando sarò ricco e famoso tu sarai più ricca e più famosa di me, dottoressa Nembrini!».

La ragazza ride e appoggia la fronte nella sciarpa odorosa di lui. Con la mano stringe delicatamente il suo braccio e scioglie un po’ di tensione.

Gaia ha sempre adorato il profumo di Stefano, non tanto per l’essenza usata, ma per come la fragranza si appoggia sulla sua pelle. Il profumo non è uguale per tutti: su alcuni stona e stride, su altri è inadatto. Raramente invece calza a pennello, permane e perdura per molto. Lui lo veste con eleganza, in una maniera soffusa e provocante.

«Ste, puoi coprire un po’ anche me con quest’ombrello? Mi sto inzuppando!»
«Non è colpa mia se Milano ha deciso di rovesciarci addosso un nubifragio. Sembra di essere in Irlanda»

«Si, senza i pub, i castelli e la buona birra!»

«Oh, sei la regina degli stereotipi, una di quelle persone a cui non puoi dire che fai Lettere che subito rispondono che anche a loro piace scrivere! Ma cosa cazzo c’entra?».

Il ragazzo finge di indignarsi e sbuffa offeso, poi in modo melodrammatico solleva gli occhi al cielo ed esclama: «Padre, perdonali perché non sanno quello che dicono», salvo poi aggiungere sottovoce: «Questi asini».

Lei scuote la testa ridendo; quasi ha dimenticato di dover sostenere un esame in mattinata.

Svoltano l’angolo ed entrano in una via più ampia, piena di studenti e rumore.

Davanti all’ateneo si trova sempre un assembramento di venditori ambulanti, curiosamente agghindati con i loro giubbotti sformati e i cappelli di lana calzati fin sopra gli occhi.

«Ehi capo, compra ombrella per tua amica!»

«Grazie amico, non mi serve niente!»

Dai bello, non fare stronzo e compra qualche cosa, io deve mangiare!».
Stefano rallenta e rovista nel cappotto, trova un paio di monete che gli sembrano più leggere e gliele appoggia in mano, poi sorride ed esclama: «Ti prometto che la prossima volta ti compro un paio di penne!»

«Grazie boss, oggi tuo esame va bene!».

Gaia stiracchia un sorriso mentre lo strattona per andare, Stefano sorride al ragazzotto e al suo curioso umorismo e la segue senza ritrosia.
Entrano in università da una delle entrate secondarie e subito vengono inghiottiti dall’andirivieni dei loro coetanei. Dietro un gabbiotto di vetro dalla presuntuosa insegna “Portineria”, due signore bionde dialogano svogliatamente tra loro, ignorando palesemente lo studente che, imbarazzato, attende di ricevere informazioni.
Vicino alle scale un ragazzo in giacca offre volantini ai passanti, accompagnando il loro disinteresse con uno sguardo sfiduciato dietro i suoi tondi occhiali di corno.

«Ehi, cosa pensi della politica coercitiva di Juncker? L’Italia e Renzi sono i burattini della UE, sostienici comprando il nostro bollettino!».

Con animosità invidiabile per essere lunedì mattina, un ragazzo ferma ogni persona gli passi a tiro per convincerla a lasciare un’offerta.

«Io quelli non li ho mai capiti!», esclama Gaia dopo essergli sfuggita.

«Cioè?» gli fa eco Stefano.

«Sono sempre in giro a far volantinaggio o a manifestare per qualcosa, ma gli esami per te li fanno?»

«Secondo me sono coraggiosi, almeno loro si impegnano!»

» ammette lei, «ma fino a prova contraria in università ci vieni per laurearti, non per impegnarti a raccogliere soldi per chissà cosa».

Dopo una rampa di scale arrivano alle aule. Gaia tira fuori il cellulare e digita frenetica, dopo pochi secondi si dirige verso l’ultima aula a destra.

«206! Vieni Ste, sono stra in ansia!». Lo afferra per il cappotto e lo trascina con sé.

«Vuoi che entri?»

«No ti prego, già sono terrorizzata! Ci troviamo in chiostro per mezzogiorno».

Probabilmente la frase doveva essere una domanda, ma il tono era più impositivo che interrogativo, così il ragazzo decide di annuire e di lasciarla alla sua ansia.

«Buona fortuna Gaia! Stai tranquilla e tutto andrà bene

«Speriamo» sussurra lei con un filo di voce.

Stefano le si fa vicino per darle un bacio sulla guancia, ma lei lo precede e lo guarda seria negli occhi.

«Grazie Ste, sono felice che tu sia qui!».

Poi, senza dargli il tempo di fare alcunché, sorride ed entra chiudendo la porta dietro di sé.

«Anche io sono felice», sussurra lui.

Poi, un po’ frastornato, si allontana con un sorriso obliquo a tagliarli il volto.

L’esame in università

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Sta all’angolo della strada, quieto celato alla pioggia, un uomo.

Ha l’aria serena, vestito come per una festa da tempo promessa e finalmente ricevuta in dono.

Guardando con più attenzione, molti dettagli prima sfuocati prendono nitidezza e perdono di dubbio; non è un uomo, bensì un ragazzo di forse vent’anni.

Indossa un lungo cappotto punteggiato di eleganti bottoni scuri, al collo una sciarpa offre riparo dalla temperatura rigida.

Il volto è l’unica parte di lui che rimane opaca, come nei dipinti rovinati.

Si nasconde delicatamente sotto un cornicione di un casolare antico, e così posto, immobile sotto tanti fregi, pare una statua.

Talvolta qualche goccia va ad infrangersi a pochi passi dalle sue scarpe e ne macchia e rovina il colore già indefinito.

Sta così ritto, come aspettando oziosamente qualcosa o qualcuno, ma senza l’aria di uno sfaccendato, bensì di una persona con uno scopo preciso.

Sembra aspettare proprio qualcuno.

Tiene con la sinistra un moleskine brunito, con la destra una piccola matita, ormai ridotta ad un cerino da quanto è consumata.

Ogni tanto annota qualcosa, altre cancella tutto con un po’ di impazienza. Impreca sottovoce quando una goccia, mossa da una folata, bagna la carta sottile.

Passano alcuni minuti di immobilità apparente, fino a quando pare prendere vita e con passi lenti e misurati inizia a camminare.

Sembra aver scorto qualcosa.

Apre l’ombrello nero che giace ai suoi piedi e, non senza un brivido di freddo, si getta sotto lo scroscio di pioggia gelata.

Poi finalmente, voltato l’angolo, vede una ragazza seduta ad un tavolino di un bar coperto, infreddolita e trafelata.

Le gote rosseggiano per la corsa, il petto si alza e si abbassa frenetico mentre alcune stille bagnano la sua sciarpa.

La tenda del locale la protegge dall’acqua, ma nulla può contro il freddo. Eppure sorride: dietro di lei grosse gocce scivolano lungo il tessuto, fino a toccare il suolo in un’esplosione di piccole comete.

I capelli, corvini e lucidi, sono sfuggiti dalla protezione del cappello di lana, perciò le dita affusolate e intorpidite della ragazza  devono far battaglia per ripescarli tutti e nuovamente ricacciarli sotto di esso.

Rovista nella borsa ansiosamente e, mentre il cameriere si avvicina, estrae un grosso libro.

«Cosa le porto, signorina?».

«Un cappuccino, grazie», le fa eco la ragazza.

Nell’attesa sfoglia le pagine alla disperata ricerca di qualcosa, trovatolo chiude il libro tenendo un dito a ricordare il segno. Con gli occhi socchiusi in una smorfia di profonda concentrazione, inizia a confabulare tra sé e sé.

Il ragazzo, dall’altro lato della strada, è in una posizione ottima per osservarla e non essere visto.

Ridacchia sommessamente e prende un paio di appunti sul taccuino. Fa per avvicinarsi ma la ragazza ha ripreso a sfogliare il grosso libro, allora si ferma.

«La cornea forma parte della porzione anteriore della tonaca esterna dell’occhio, si tratta di una membrana trasparente e dal raggio di curvatura minore rispetto alla sclera che forma il 7% della … Ah sì, la ringrazio!»

Il cameriere è arrivato con il vassoio e sembra abituato a scene del genere, d’altronde il bar è vicino all’università, per cui spesso ha a che fare con scene deliranti di studenti in ansia pre – esame.

Questi perciò si allontana con una smorfia divertita, si ripromette di passare più tardi con il conto e torna all’interno.

Finalmente la ragazza si acquieta un poco davanti alla tazza fumante.

Lei nel frattempo, abbandonato il tomo sulle sue ginocchia, inizia a sorseggiare il cappuccino con gli occhi socchiusi.

Terminatolo, prende a gustarsi con delicatezza il cioccolatino, per poi pulirsi quasi imbarazzata le labbra, come se la più minuscola traccia di cacao potesse rovinarle l’immagine.

Si siede un poco più comoda con la tazzina ancora in mano; dopodiché la posa senza farla tintinnare sul tavolino e sospira soddisfatta appoggiandosi allo schienale di ferro battuto.

Il ragazzo, mentre tutto ciò accade, rimane in religioso silenzio aspettando il momento giusto, e nel frattempo assapora ogni istante: da lontano immagina il suo profumo, osserva i suoi gesti delicati e gode dell’osservare e non essere visto.

La ragazza si alza bruscamente, dall’impermeabile beige estrae un paio di monete e si allontana.

Dall’altro lato della strada egli si scuote e perde almeno parzialmente il suo sorriso, ma sa dove dirigersi e, senza perderla di vista, si incammina.

La vede avanzare buffamente sotto la pioggia: sprovvista di ombrello cerca rifugio sotto ogni cornicione, albero o balcone.

Procede perciò a grossi balzi per evitare le pozze che, intanto, punteggiano il marciapiede.

Il ragazzo dalla sua non ha l’impedimento di dover cercare riparo sotto ogni sporgenza e cammina perciò speditamente. In pochi istanti l’ha superata e, giunto ad un incrocio, decide di attraversare la strada.

Intanto, dopo una serie fortunata di tende, la ragazza deve riprendere la sua corsa ad ostacoli.

Tutta intenta a cercare di non finire affogata in una pozzanghera si dimentica di guardare davanti a sé e, prima di rendersene conto, sta felicemente impattando contro la spalla di uno sconosciuto.

«Mi scusi, mi scusi, mi scusi! Non l’avevo vi…», si interrompe bruscamente.

«Lo so, lo so. Non mi avevi visto!» esclama questi sornione. In pochi istanti, sul volto della ragazza, si legge una guerra interiore.

«Stefano! Brutto cretino mi stavi ammazzando!». Arriccia il labbro fingendosi arrabbiata, ma dopo pochi istanti lo colpisce con un buffetto e sorride.

«Sempre esagerata» replica lui.

Si sporge verso di lei, le solletica la guancia gelata con un bacio e le offre spazio sotto l’ombrello.

«Dai», continua lui, «ti accompagno all’esame!».

L’altra metà di noi

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Lapidario ed impietoso, poche righe scritte con sufficienza ed un pizzico di arroganza.

Il tutto digitato svogliatamente con gli occhi ancora impastati di sonno e le dita intorpidite.

Appena la doppia spunta di WhatsApp correda il suo addio, chiude la finestra con l’indice ed oscura tutto con un click. Serra ancora gli occhi per qualche istante, si assopisce con volto sornione ma i suoi pensieri lo svegliano subito.

Gaia starà dormendo, probabilmente.

In ogni caso non è affar suo, il nuovo lui non ha sicuramente tempo per antiche scorie del suo recente passato, nemmeno per quello felice.

Alessandro si mette a sedere e sbadiglia vistosamente; con un crepitare di articolazioni e membra insensibili si alza, anchilosato e stanco, e si trascina fuori.

Accende la macchina del caffè in cucina mentre ancora sta mettendo a tacere i sensi di colpa e si dirige verso il bagno con l’incedere di chi vuole dimostrare sicurezza ma intimamente nutre molti dubbi.

Ha volutamente lasciato il cellulare di fianco al cuscino, teme ciò che potrà leggervi e decide di lavare via le sue colpe sotto un fiume di acqua gelata.

Lo scroscio lo colpisce con la violenza di uno schiaffo e il freddo lo avvolge come un guanto.

Si veste di brividi mentre si strofina con foga, eppure il senso di colpa non sembra svanire.

Anzi impallidiscono le sue certezze e trema la sua nuova forza.

Abbassa la maniglia di lucido metallo ed esce dalla doccia; si scontra contro una parete di freddo mentre cerca tentoni l’accappatoio. Riesce ad afferrarlo con la destra mentre con la sinistra già rovista nel bicchiere di vetro scheggiato alla ricerca del suo spazzolino.

Ama questa sensazione di rinascita che gli sa donare una sana doccia gelata. Si guarda allo specchio con fare accusatore ma non coglie nel suo riflesso ombra di debolezza.

I suoi occhi neri gli rispondono senza alcun tremolio; soddisfatto, il suo sguardo passa alla barba ispida e si sofferma sui baffi.

Ha sempre pensato che con il volto incorniciato da una corta barba nera il suo sguardo guadagnasse autorevolezza, ma da qualche tempo ha cambiato idea.

Il sapore di fluoro gli impasta la bocca e, osservandosi, nota una punta di dentifricio che resiste eroicamente ad un angolo della bocca. Si sciacqua con acqua fredda e il contrasto con il mentolo gli procura un brivido involontario lungo la schiena.

In accappatoio esce dal bagno e l’aria nell’appartamento sembra, per quanto possibile, ancora più glaciale.

I suoi piedi nudi lasciano orme effimere sul marmo, che subito svaniscono come il solco dei passi sul bagnasciuga; il passaggio dalla pietra al parquet è un balsamo per il freddo che lo pervade; la cucina sembra un poco più calda.

«There’s a fire, starting in my hearth» canta a mezza voce, continuando poi a fischiettare il motivetto mentre con una mano afferra la tazza e con l’altra preme il bottone della caffettiera.

Il profumo intenso lo carica ulteriormente e, abbandonato l’accappatoio sul pavimento, si avvia nudo in camera da letto.

Afferrati casualmente dei boxer dal mucchio di vestiti, si infila in un paio di jeans scuri. Con malcelato interesse getta uno sguardo al cellulare abbandonato vicino al cuscino e pensa di afferrarlo, poi una fitta allo stomaco lo attanaglia e rimanda.

A riportarlo al presente è l’aroma corposo del caffè che ha ormai inondato tutto il piccolo appartamento, quindi indossata frettolosamente una maglietta, sceglie un maglione pesante ed esce dalla stanza.

Alessandro è alto e massiccio, ha gambe e braccia muscolose ed un collo taurino. Il suo fisico è stato costruito durante incalcolabili nuotate in piscina e temprato da anni di gare. Nonostante il cipiglio quasi sempre arrabbiato e il fare sbrigativo il suo animo tradisce le apparenze: è un ragazzo calmo e riflessivo, sostanzialmente posato e poco incline alla rabbia.

Ha un tatuaggio: una sequela di numeri romani che abitano stabilmente sul suo braccio da circa due anni e il cui significato è noto a due persone soltanto, una delle quali è quella che lo porta.

Ha un dilatatore di cocco nero all’orecchio e ne va molto fiero.

Ad uno sguardo più approfondito si nota una piccola cicatrice circolare sotto il mento; una, invece, più lucida ed estesa scende dal collo fino alla scapola.

Sorride mentre sorseggia il caffè e ripensa al se stesso bambino tanto affascinato da questa bevanda, ambrosia degli dei.

Nel suo immaginario infantile è sempre stato appannaggio esclusivo degli adulti.

Si ricorda le mattine di domenica, quando in casa si faceva colazione tutti insieme e il profumo di caffè appena fatto inondava tutte le stanze, svegliandolo.

Per Alessandro era il segno che a casa c’erano mamma e papà.

Si sente tornare piccino mentre riassapora quegli odorosi ricordi e ripensa, con una piccola increspatura delle labbra, al rituale della “Moka”.

Ne era affascinato! Si ricorda gli sforzi della mamma per aprirla, perché a chiuderla era sempre papà Antonio; si ricorda l’acqua da versare nel bollitore e il macinato da non pressare troppo, «Perché se no», diceva mamma Anna, «non viene su buono!».

L’acciaio annerito ed ammaccato rifulgeva di riflessi azzurrini mentre le fiammelle tramutavano l’acqua limpida ed incolore in nero inchiostro profumato.

Con volto rapito Alessandro attendeva il fischio leggero che sanciva la buona riuscita dell’operazione ed assaporava quell’odore di buono che ti solletica i sensi.

«Truciolo», esclamò suo padre sorridente, «ormai sei grande, che ne dici di bere un sorso del mio?».

Alessandro lo provò: ustionante, amaro. Era un sapore da “grandi”.

Il padre sorrise con quel sorriso che gli prendeva tutto il volto.

Non un semplice sorriso, di quelli obliqui che non comprendi; ma uno vero, di quelli che anche le orecchie un po’ si inclinano e si formano tutte quelle rughette intorno agli occhi e le pupille tremolano come una fiammella danzante.

Tornò alla realtà. Nessun sorriso davanti a lui, nessuna grande mano sulle sue spalle, niente di niente.

Solo lui, una tazzina di caffè e delle responsabilità da prendersi.

Alessandro a questo punto si alza deciso e con il battito accelerato torna in camera sua.

Il cellulare giace capovolto, con il monitor nascosto tra le pieghe delle lenzuola.

Senza esitazione lo afferra e lo sblocca.

 

Buona fortuna Ale, buon cammino..”

 

Il ragazzo resta per qualche secondo immobile, il respiro tarda a far capolino e indugia qualche secondo prima di riprendere il suo corso. Si siede.

Si sente strano e non capisce perché: da almeno un mese rimuginava su questa possibilità. Gaia faceva parte della sua vecchia vita, ormai soffriva nel vederlo cambiato e prolungare i loro rapporti non faceva che peggiorare le cose. Aveva fatto la scelta giusta.

Sa che non bastano queste poche convinzioni per placare i suoi sensi di colpa, ma decide comunque di porre fine ad ogni pensiero; così afferra le chiavi della macchina sul comodino, esce a grandi passi dall’appartamento e si immerge nel rumore della città.

Perché a volte, si sa, per mettere a tacere le urla del cuore, c’è bisogno di qualcuno che urli più forte di noi. E nessuno grida più di una città che brulica di vita.

Delusioni d’amore

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È notte fonda, tutta la casa tace e i suoi abitanti sono abbracciati da Morfeo multiforme.

Il rumore del silenzio si mescola a lievi tintinnii: fuori la grondaia ha preso a gocciolare; un lento stillicidio di suoni che accompagnano la notte.

Il rumore del vento tra i pioppi vicini rende l’atmosfera ancor più sublime; tutto tace.

Un solo cuore ancora resiste al riposo e sta vegliando; i colori dei suoi pensieri si mescolano in un effluvio infinito di sogni, profumi, odori, sensazioni.

In un trionfo di coperte e cuscini finge di dormire; pensa.

Un piacevole torpore la culla mentre si distende e tira su il lenzuolo che profuma di buono.

Il movimento d’aria smuove i capelli corvini che indugiano nell’aria per qualche secondo prima di ricaderle sul viso.

Uno sguardo s’accende d’improvviso nella stanza e scruta le pareti bianche perdendosi nel pallido infinito dei suoi pensieri.

È uno di quegli sguardi che non si dimenticano. Ha due occhi incredibili, sono uno squarcio di primavera: sembrano i teneri germogli che spaccano la corteccia, i fragili fili d’erba che sfidano l’asfalto, un arbusto nel deserto. Un colore indefinito che sfreccia dal verde all’azzurro, punteggiandosi di giallo; una magia.

Due occhi così belli non dovrebbero mai velarsi di tristezza, tuttavia qualcosa le offusca la vista come solo un pensiero incessante può fare, rendendola cieca.

Le parole ancora le rimbombano in testa come tuoni, gli occhi si riempiono di un’amarezza strana e il cuore le si stringe un poco di più.

Sono quattro ore che cerca di dormire, il sonno le si nega mentre ripensa alle frasi di una persona che ha amato ma che ora non c’è più.

Sembra strano per lei pensare che questa persona sia scomparsa, cercare negli altri un tocco che era solo il suo, vestirsi di un profumo che era solo il suo, creare un solco nel cuore che il suo solo potesse colmare.

Tuttavia nessun funerale, né tantomeno intenso profumo di fiori mischiato al sapore sapido delle lacrime.

«È cambiato».

Lui è semplicemente cambiato, si è svestito di tante, troppe, cose e si è dimenticato che lei era nelle tasche del vecchio vestito che ha deciso di buttare.

Un anno sono 365 “buongiorno amore” quando la mattina ci si sveglia ed altrettante “buonanotte, a domani!” quando la sera ci si sdraia.

Sono molte serate insieme, svariati film mai terminati, ore spese ad ansimare e sussurrare, incalcolabili baci, tanti litigi.

Una serie di strati che ricoprono l’anima, un velo che ha le dimensioni di un suo abbraccio e che d’improvviso si sgualcisce.

Anche lei ha cercato di mutare vestito, ma una donna, si sa, impiega molto a decidere.

Domani ha un esame, non ha nemmeno ripassato. La cosa strana è che non riesce a sentirsi in colpa, anzi si sente piacevolmente sicura.

«Forse perché» lei pensa «peggio di così non può proprio andare».

Si sente in colpa solo per aver risposto male a sua mamma, a tavola.

È tardi: la grondaia ha smesso di gocciolare e i pioppi hanno terminato di danzare sospinti da Eolo.

Ai suoi occhi il buio si fa più denso e la ragazza sa che il sonno sta per vincere le sue ultime resistenze; tra poco le sembrerà di divenire leggera e già sa che appena socchiuderà pesantemente le palpebre, la sveglia trillerà insensibile alla sua stanchezza.

Decide di non pensarci.

Sono le 6:48 quando il cellulare si illumina fiocamente, gettando ombre scure lungo le pareti.

 

Sostanzialmente ho capito che non ho molto più da condividere con te e non ci tengo nemmeno particolarmente”.

L’ultimo passeggero

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La foschia autunnale disperde i suoni e sbiadisce i colori, il volteggiare lento delle foglie pare essere l’unico movimento di un intero mondo dormiente.

Gli alberi, come neri artigli, graffiano il cielo plumbeo con immensa tristezza: ormai nudi rassomigliano a vecchie colonne diroccate, retaggio di una stagione ormai passata.

Per la stretta strada di ciottoli rimbomba il suono di qualcuno che sta andando a vivere; anche la foschia pare diradarsi.

I passi frettolosi di un ragazzo riempiono il silenzio e risuonano lungo la via deserta.

Ha i colori dell’autunno in viso: i capelli sono del marrone intenso delle castagne mature, gli occhi si inondano del verde triste dei fiumi e si punteggiano di nocciole e foglie cadute, la barba accennata è di mogano e corteccia.

Jeans scuri, maglione, camicia ed un lungo cappotto che lo protegge dal gelo.

Dopo una breve tregua la foschia si fa più fitta e il passo più compassato, lo sguardo, prima assorto, diventa improvvisamente attento.

Il ragazzo sa che di lì a poco la corsa frenetica della città lo coinvolgerà e il sublime volto della natura sarà inghiottito dal cemento.

Decide quindi di rallentare il passo e godersi, seppur ancora per poco, il generoso abbraccio di questa mattinata settembrina, prima di tornare al grigiore quotidiano.

Gli ultimi scampoli d’estate hanno lasciato il granturco nei campi vicino a casa e l’odore acre delle sementi gli pervade l’olfatto; un cane in lontananza abbaia agli sconosciuti mentre un uomo come lui cammina verso il mondo.

Le campane del paese rintoccano e sanciscono perentoriamente il suo ritardo.

Il pullman parte alle 6:35 e sicuramente l’autista, mosso dal fato crudele, deciderà di anticipare la partenza.

Il ragazzo ha pochi minuti per coprire una distanza considerevole e decide di aumentare l’andatura.

A passo di marcia taglia il paese in due: il panettiere e i suoi profumi accoglienti, il bar centrale e il tintinnio di tazzine e cucchiai, le case assonnate in cui le mamme attendono il fischio della caffettiera.

Ogni spazio è ricolmo di una vita sonnacchiosa che gode degli ultimi attimi di riposo.

Tutto tace, tutto tranne la corsa del giovane contro il pullman, la folle corsa contro il ritardo e contro il tempo.

Quasi volando passa sotto il portico di una casa, corre tra le file di macchine parcheggiate in piazza mentre da lontano intravede l’autista lanciare svogliatamente il mozzicone ancora fumante.

La tracolla del ragazzo sembra dotata di vita propria e il risuonare di monete nelle tasche cadenza la carica di questo centometrista improvvisato.

La brace della sigaretta sta ancora rosseggiando quando raggiunge il pullman: messo piede all’interno viene investito dal silenzio dei suoi passeggeri, silenzio in cui il suo respiro affannoso rimbomba come un sasso che cade in un crepaccio.

Quasi trattenendo il fiato costringe il suo corpo a tacere la stanchezza e, abbastanza imbarazzato, abbassa lo sguardo per non incontrare quello altrui.

Ha sudato per la corsa improvvisa e il freddo autunnale ha lasciato spazio alla calura dei corpi.

Le porte si richiudono con fragore dietro di lui e con un sobbalzo il pullman parte; sembra un grosso elefante che stancamente caracolla per la savana in cerca di cibo e acqua.

Il passo del pachiderma è lento ma regolare, con continui sobbalzi e tentennamenti, senza fretta e con calma serafica serpeggia tra le schegge impazzite del traffico mattutino.

Il ragazzo trova finalmente il coraggio di smuoversi dalla sua postazione: con l’atteggiamento di chi non vuole farsi notare, passa in rassegna con lo sguardo i sedili in cerca di un posto libero.

Si guarda in giro: ama osservare le persone ed immaginarsi narratore delle loro vite, prova un delirio di onnipotenza nel fantasticare di poter manovrare le loro esistenze, almeno per il loro breve tragitto.

A soverchiare il rumore del pullman c’è un silenzio strano.

Un silenzio rumoroso, fatto di parole scambiate con sufficienza, uno sopra l’altro.

C’è un silenzio vuoto di concetti, scevro di contenuti.

Ognuno dialoga sommessamente con il proprio compagno, ma nessuno si accorge che tutti stanno facendo lo stesso discorso.

Ciclicamente si parla del tempo, della scuola, del cibo, dei soldi, degli affetti.

Ogni persona fornisce la propria personalissima visione del cosmo, che è poi la stessa per tutti quanti.

Ogni mente crede di affermare novità assolute, lui stesso crede di essere il primo a pensare una verità così alta e nobile.

«Arranchiamo», pensa, «come bestie moribonde, arrabattandoci quel qualcosa di buono, arrogandoci diritti ma mai doveri. Mi fa un po’ sorridere quest’umanità di cui io stesso faccio parte».

Sorride mentre riflette: si immagina relatore in università, i passeggeri sono i suoi studenti e il loro sguardo vacuo conferma la pochezza del suo discorso.

Qualcuno ora sbuffa sonoramente, uno di quei borbottii di chi vuole farsi notare; sembra che dica: «Ehi, sono qui. Sono arrabbiato e voglio che tu te ne accorga!».

Il sorriso del ragazzo si spegne un poco. Il suo sguardo si posa sul paesaggio che sfreccia alla sua destra: la foschia mattutina ancora veleggia sopra i campi, le zolle nere come catrame sono impreziosite da gioielli di limpida rugiada, il sole è timido e tarda a far capolino.

Si volta nuovamente verso la sua platea. È la penultima fermata e poi dovrà scendere.

Uno studente sale trafelato sul pullman e si guarda in giro in cerca di un posto a sedere che non c’è; sembra essere indispettito e il ragazzo cerca di indovinare il suo stato d’animo: è corrucciato, dentro di lui immagina le maledizioni lanciate contro la sveglia dell’iPhone che non ha fatto il suo dovere.

Dietro di lui una ragazza sbadiglia e si chiude nel silenzio di chi attende, lo studente alla sua destra si cela al mondo circondandosi di musica: è così alta che tutti possono sentire le esatte parole che Giuliano Sangiorgi sta cantando in quest’istante.

Il ragazzo ha ancora poco tempo prima di scendere e decide di osservare ogni volto: verso la metà del pullman vi è una donna di mezz’età, ben vestita e profumata, impomatata nel suo tubino nero infarinato di scintillii argentei.

Un uomo di colore, poco più indietro, dorme profondamente: la guancia schiacciata contro il vetro, un giubbotto pieno di calcinacci addosso e gli scarponi da lavoro ancora sporchi di polvere.

Le due figure si contrastano, fanno a pugni tra loro e il caos generato è uno stupendo ossimoro.

Sull’autobus ognuno lancia sguardi di sottecchi: curiosi alle volte, spesso annoiati, poche volte partecipi e sempre un po’ altezzosi.

Il ragazzo stesso, dall’alto della sua posizione divina di narratore, si sente su un piedistallo assai imponente.

Il giovane vede il fremere di corpi mentre si avvicinano alla fermata: ognuno pare essere sul punto di una tensione incredibile; pronti al balzo tutti attendono con intrepida attesa la discesa. Chissà perché, poi.

«Mi chiedo se Dio provi questo quando decide dei nostri destini».

Rimane colpito dalla sua stessa frase e resta inebetito a fissare la scritta: “Fermata prenotata” che lampeggia rossa davanti a lui.

Finalmente pare scuotersi e decide di scendere: è rimasto ultimo sul pullman.

 

Perché?

 

“E mò perchè hai fatto un blog? Che cazzo ci scrivi?”

Tendenzialmente è la domanda d’esordio con cui inizieranno le mie prossime dieci o venti conversazioni.

In linea di massima è anche la domanda che pongo a me stesso: cosa avrò da dire e, soprattutto, a chi lo vorrò dire?

Parlerò di nulla, a tutti.

Bella prospettiva.

La realtà è che ogni tanto mi piace evadere, godo della possibilità liberatoria di una fuga in parole.

E’ stupendo prendere un foglio in mano e buttarci sopra, alla rinfusa, trame e personaggi.

E’ enormemente gratificante e rilassante.

Non ho la velleità di avere un seguito od un pubblico; mi piace sapere che quei due o tre amici che mi vogliono bene si sorbiranno la lettura e forse, almeno uno di questi, avrà anche l’ardire di chiedermi di più.

Ecco perché ho deciso di pubblicare, alla rinfusa e senza ordine di tempo, una serie dei miei scritti.

Si tratta, in fin dei conti, di un tentativo un poco rozzo ed anche ingenuo, di condividere con qualcuno le mille trame di cui sono (involontario) creatore.

Lentamente renderò questo blog più attraente, per ora mi piace lasciarlo così: a metà.

A metà esattamente come sono le mie storie: senza un finale, senza un passato, senza un futuro.

Spaccati casuali della vita.

“Ma perché lo fai?”

“Così”.

Perché mi va.